lunedì 5 agosto 2013

Quarto di secolo

Qualche tempo fa una persona molto superficiale, mi ha detto che sono troppo giovane per potermi considerare "saggia". Ovviamente sul momento, per il disappunto, il mio naso si è acceso come quello dell'Allegro Chirurgo... Sì, perchè ognuno somatizza gli eccessi di energia (positiva o negativa) come può: alle lucciole si illumina il posteriore, a me avvampa il "canappiotto" (per citare mio marito)... e la bobina sono le emozioni che mi turbano l'animo.

5 agosto 2013: il mio "anniversario d'argento"!
25 anni. Una miseria. Un'eternità.

Ho sempre immaginato il tempo come un punto, privo di spessore ma infinitamente profondo (vedasi il famoso paradosso di Achille e la tartaruga! Bel guadagno per la tartaruga! E che smacco per l'eroe!): ogni istante unico e irripetibile, effimero eppure eternamente racchiuso in quel fluire costante e inarrestabile che lo rende identico a tutti gli altri che lo precedono e lo seguono. Attimo: una nullità, un frammento, una virgola in un discorso, un barlume fugace che tuttavia può cambiare profondamente e irrimediabilmente il corso della nosta vita, del nostro "essere".
 
Venticinque anni sono una successione di questi punti, raccolti in ore, finestre spalancate sull'esistenza quotidiana, custodi del nostro bisogno di scandire il ritmo vitale che ci muove per dare un ordine e un senso al nostro agire.
E le ore raggruppate in giorni, come acini splendenti di grappoli dorati. Ogni giorno un ponte tra ieri e domani, tra la certezza del passato e la speranza di un futuro, a cui diamo un nome per esorcizzare la paura che ci sfugga tra le dita prima che possiamo giungervi.

Il tempo ha il valore che gli si dà, vivendolo, percorrendolo, condividendolo. Il tempo vissuto ha un valore commisurato alle esperienze che vi abbiamo dipinto, degli aspetti della nostra personalità che vi hanno preso forma...

Venticinque anni sono una sequenza di ieri- oggi- domani sufficiente per aver messo da parte una buona dose di "calci sui denti" ma anche costruito uno "scrigno" (scelgo volutamente questo termine, più appropriato rispetto ad archivio o serbatoio... che mi danno un'idea di staticità e "inutilizzabilità") di ricordi meravigliosi.
Pochi anni vissuti intensamente possono contenere la ricchezza di un'intera esistenza (consiederando che la durata media della vita attuale è calcolata sugli 80 anni); le età sono numeri, chi le indossa sono persone. Ogni "abito" si fa stendardo e schermo di comportamenti e attitudini morali: incertezza, arroganza, esibizionismo, dignitoso rigore, sregolatezza, equilibrio, passioni, abbandoni o reticenze che palpitano nel corpo che gli soggiace.
 
"Tutto in un punto" non è solo il titolo di un racconto delle Cosmicomiche di Calvino; in ogni "punto" della nostra esistenza si specchiano tutte le emozioni, le esperienze, le aspirazioni, le paure che siamo capaci di vivere, cui abbiamo il coraggio di abbandonarci.
Così, punto su punto, attimo dopo attimo, mi sono costruita i miei primi 25 anni, mi sono costruita IO. Abbastanza adulta per aver elaborato un personale "senso del mondo", ma ancora giovane a sufficienza per trovare giustificazione all'innato egoismo, all'arroganza inesperta (la famosa ubris per cui gli dei dell'antica Grecia mi avrebbero incenerita!); con alle spalle una dose sufficiente di tempo per aver accumulato errori e soddisfazioni, conoscenze, esperienze, amicizie, abbandoni...
Ho imparato che siamo unici, soli eppure inevitabilmente intrisi nei rapporti che ci legano agli altri, siamo liberi e schiavi, orgogliosi e miseri. Siamo ossimori, contraddizioni deambulanti su strade forse predisposte da altri ma che siamo noi a scegliere e a percorrere con la scorta della nostre guide elettive. Ogni giorno arricchiamo il nostro puzzle di bellezze, errori, finzioni, lampi di luce e di calore che si fondono nel crogiuolo del nostro spirito.

Abbiamo il diritto di fingere, di sbagliare, anche di essere cattivi, ma mai quello di avvilire un altro essere.
Invece dei sette peccati capitali io semplificherei il dogma della morale umana in una semplice prescrizione: "Non umiliare".
Amore e umiliazione presuppongono la più intrinseca, spaventosa, vicinanza tra due creature; credo che l'unico vero peccato di cui l'uomo sappia imbrattarsi, a differenza degli altri animali sia usare questa prossimità per togliere orgoglio e significato all'altro, incrinandogli l'anima...
E allora non basta più chiedere scusa.

Ciascuno di noi si porta dietro i propri macigni... tutto sta nello scegliere se trascinarseli legati al collo o metterli in un'elegante pochette!




Un bravo poeta italiano ha scritto:  
"La vita è una stoffa che i giovani vedono dal dritto, i vecchi dal rovescio"
(Sbarbaro, Fuochi fatui)
E' una bella similitudine, ma a me piace l'idea di poter continuare a guardare la vita sempre dalla stessa parte del "Velo di Maya"; la consapevolezza, la "verità", la sincerità, il coraggio, la paura, la responsabilità non possono essere rimandate a un'età futura più o meno definita... Vecchiaia o giovinezza, la dose di vita che ci portiamo dentro non è numericamente quantificabile.

La vita è qui, ora, ogni istante, e buttarne via anche solo un pezzetto è come morire un po'. 







domenica 4 agosto 2013

"International Mums"

Mamme non si nasce... "forse" lo si diventa. 
Parlando di maternità senza avere figli entro in un campo di rovi... perchè a chi non ha procreato sembra essere preclusa ogni libertà di espressione sull'argomento, e tutte le "mamme" sono pronte a sfoderare le unghie per difendere il territorio di loro giurisdizione naturale. Però io "voglio una vita spericolata" (come cantava Vasco Rossi ormai qualche decennio fa), e dunque mi arrischio a entrare su questo terreno minato saltellando come una capra... (magari aggiungo in calce il mio numero di telefono per ricevere in dirette gli insulti di qualche genitrice desiderosa di scambio dialettico tagliente)!

E' vero, non ho avuto esperienza di gestazione, parto, pannolini, sveglie notturne, pappe, rigurgiti e quant'altro, però sono stata (sono?) figlia e osservatrice spassionata della realtà internazionale e dei comportamenti della "gente del mondo" e dunque anche delle "mamme" del globo.

Ora, partendo dal presupposto che l'"istinto materno" è una chimera e il "cuore di mamma" una meteora, nulla va tolto al fatto che la "Mamma" sia un'istituzione, una realtà che merita la maiuscola... 
MAMMA è la prima persona, il centro di un nuovo universo che si schiude alla vita; la destinazione del primo fatidico sguardo, la fonte del primo respiro.

MAMMA è la prima parola che si compone sulla lavagna alla scuola elementare, tracciata dalla dolcezza curvilinea del gessetto bianco della maestra, che cita con reverenza quella che rappresenta una vera e propria divinità per tutte decine di paia di occhi che la osservano compiere questo rituale sconosciuto.
MAMMA è "casa", calore, odore, morbidezza.  E' così ovunque, per chiunque, e anche nel mondo animale: MAMMA vuol dire nido, protezione, cibo, battito cardiaco.
E' origine, radice, nucleo che ci esclude e attorno al quale gravitiamo per tutta la nostra vita. Un po' un marchio di fabbrica, una denominagione IGP (se fossimo ortaggi...).
La mamma è "inevitabile" ed "eterna". A ciascuno la propria.

Senza cedere a classificazioni genetiche degne degli esperimenti coi piselli (verdi e gialli) di Mendel, nè alle teorie di Darwin o a semplicistiche distinzioni diatopiche (l'ambiente geografico influisce sul modo di crescere i pargoli?), mi sembra però evidente la distanza che separa il "senso materno" di una chioccia che si circonda di pulcini pigolanti e la partner
del cuculo, che depone le uova nel nido di altri uccelli, abbandonandole alla loro sorte...

Per quanto riguarda gli umani, credo che si possa riassumere la "fenomenologia internazionale della maternità" in due poli opposti. 
Da un lato le mamme mediterranee che, dall'annuncio del cosiddetto "stato interessante" assumono sembianze e portamento da matrone romane, di solito triplicando la propria "volumetria" (come il pesce palla per difendersi dagli attacchi nemici) e istituiscono intorno a sè un apparato di servitù vassallatica (di mariti e parenti) che avrebbe fatto invidia alla corte di Cleopatra...

Dopo mesi di training pre-parto, corsi di respirazione, ginnastica dolce, acquisti per bebè (costi esorbitanti ai quali, nel frattempo, va aggiunta la parcella dell'analista per i mariti sull'orlo dell'esaurimento nervoso), e dopo il tanto atteso "lieto evento" (Annunciazione a base di imprecazioni da camionista), le mamme italiane vengono prese dalla fobia dei batteri-germi-virus: divengono specialiste in tutte le malattie infantili di cui riescono a rintracciare il nome, si trasformano nelle "sterilizzatrici più veloci del West": non appena un ciuccio cade dalla boccuccia sdentata del figlio, loro, con mossa felina lo agguantano e lo gettano in un pentolino di acqua bollente, per sfoderarne immediatamente uno asettico, sigillato sottovuoto nel cellophane. Le neomamme bollono tutto: bavagline, coperte, biberon... perchè ci sono "i germi" (a quanto pare piovono a catinelle, grossi come le locuste dell'Apocalisse!)... Forse arriveranno a portarsi un fornello da campo nella borsetta? Strano che nessuna abbia ancora brevettato un passeggino con falò incorporato! Pazienza se intanto che loro cuociono il pupo si è trascinato fino alla ciotola del cane o si sta infilando il Pongo nel naso e nelle orecchie... !
Altro nemico invisibile e subdolo contro cui le mamme mediteranee combattono strenuamente è lo spiffero-zefiro-colpo d'aria... Per questo imbacuccano i figli come l'omino Michelin anche in agosto, con strati e strati di lana (sindrome da cipolla? filosofia Tuareg? o commistione tra tubero e pecora?), e coprono carrozzine e passeggini con tendaggi di plastica, trasformandole in serre con le ruote...

Altre follie: le mamme nostrane cronometrano l'intervallo tra una poppata e l'altra, studiano pannolini al microscopio, si struggono nell'attesa del ruttino, storpiano l'intero dizionario per inventare i nomi più assurdi che rendano appetibile ogni minuta realtà del mondo al cucciolo d'uomo... si scervellano nel tentativo di interpretarne il più piccolo accenno di capriccio e si prodigano a soddisfare qualsiasi desiderio prima ancora che assuma forma cosciente nel genio del più o meno piccolo mostro. E' l'inizio della tirannide! A doppio senso ovviamente.
Le mamme italiane iniziano la loro "sudditanza" rincorrendo i pargoli urlanti sul bagnasciuga di mezza riviera adriatica per impastellarli di Coppertone come le zucchine per la tempura, e continuano a corrergli dietro fino all'età della pensione (dei suddetti figli, ovviamente) e oltre a raccomandargli la "maglietta della salute", a stirargli le camicie, a mantenere intatto lo scrigno di cristallo e ovatta che gli hanno costruito attorno in decenni di attenta cura. Da parte loro i figlioli sembrano destinati a trasformarsi da piccoli principi sul vasino a re di cartapesta; a meno che non rivolgano alla madre l'atto che che Freud (bravo maschilista zuccone!) chiama "uccisione del padre"... da Edipo a Oreste!

Al polo opposto del mondo "mammifero" collocherei le mamme tedesche e americane.
Ho assistito personalmente a situazioni sconcertanti di neonati ciuccianti wurstel invece che tettarelle di lattice (in barba alle intolleranze alimentari!), e bambinetti biondi ruspanti, abbandonati allo "stato brado" come vitelli, liberi di vagare per parchi, spiagge, campeggi, senza che i genitori si curassero minimimente che restassero rintracciabili (sarà che all'estero i bambini nascono con un sistema GPS incorporato? Si sa che l'Italia la tecnologia deve sempre importarla...); mezzi nudi anche d'inverno, scorazzanti come conigli selvatici sotto il sole o con la pioggia,... cascano, si sbucciano, danno zuccate tremende e si rialzano saltellanti, non frignano, apparentemente non soffrono per tutta la sequela di lagne che affligge i nostri bambini (fame freddo caldo sonno noia dolore e capricci annessi).
Ho visto mamme fare jogging col passeggino assicurato alla vita, trainando il bebè come fosse un sidecar oppure pedalare forsennatamente su specie di cariole cariche di prole piuttosto consistente... addirittura ho visto mamme americane caricarsi il pupo sulle spalle e risalre la china del Grand Canyon o attraversare in barca il Rio delle Amazzoni...

Forse le nostre mamme soffrono di un eccesso di protettivismo nei confronti dei figli, ma la spericolatezza (e in alcuni casi totale assenza di spirito di conservazione della "specie") di quelle di altre nazioni non mi sembra meno preoccupante... la "Mamma" dovrebbe essere la prima fonte di protezione...Se ti appende ai pinnacoli del primo monte sul quale le viene in mente di arrampicarsi come una capra, che sicurezza ti da???

Fatto sta che in metà del mondo occidentale vengono allevati dei piccoli Indiana Johnes nell'altra metà crescono dei mollacchioni mamma-dipendenti che fino a 12 anni non sanno attraversare la strada senza farsi stirare... Nel mondo globalizzato certe distinzioni rimangono!!!
A questo punto però dovrei tirare in ballo i papà, ma così divagherei rispetto al titolo del post, dunque mi fermo qui, riportando le parole di un poeta saggio...
Di mia madre, sfocata nella memoria, in tutto un'apparizione [...]
Un'apparizione che sarebbe un rimorso per sempre se gli attaccamenti umani nascessero da altro che i sensi. Che ci lega a una creatura, è la consuetudine; che strazia al suo icordo, un gesto abituale, una scoperta debolezza, magari un'imperfezione fisica. Mancando l'alimento dei sensi, non è neppure l'amore per la madre.
Il suo ritratto è quello d'una sconosciuta; l'affetto per lei, il nulla d'un affetto dovuto [...] E, anche il suo nome... Eternità a nostro confronto degli oggetti! E' ancora in casa, vi dura come un rimprovero, la tazza in cui prendeva il caffelatte del mattino. Più che nel mio cuore, il suo nome resta su quel coccio [...]
Sbarbaro (Fuochi fatui, 1940-1945)


martedì 23 luglio 2013

Previsioni di spiaggia...

Non sono un "tipo da spiaggia", non lo sono mai stata e mai lo diventerò; ragioni psicofisiche imprescindibili me lo impediscono: innanzi tutto ho la pressione arteriosa di un mitile, quindi il caldo mi affloscia; se provo a pucciarmi in 2 cm d'acqua rischio l'annegamento al primo flutto la cui forza d'urto superi quello delle increspature concentriche generate la caduta di un sasso in uno stagno... (che umiliazione!)
In secondo luogo sono fornita di amor proprio sufficiente a rifiutare di omologarmi alla sfilata di corpi fucsia, distesi in processo di lenta rosolatura, che ricorda tristemente i festoni di anatre glassate esposti nelle vetrine della Chinatown londinese...

E poi odio il caos litoraneo: il cicaleccio si dispiega attraverso la rete degli ombrelloni, supportato nei contenuti dall'auctoritas di "Novella 2000", "Oggi", "La settimana enigmistica" e affini... mentre madri psicopatiche e urlanti inseguono figli fuggitivi armati di palette (e altre armi da spiaggia solo apparentemente innocue) nel tentativo di ficcargli in testa il cappellino, somministrargli (per via endovenosa se necessario) il succo di frutta, evitargli di accoppare qualche bagnante con una mitragliata di sassi o conchiglie o di infilare qualche granchio nel costume del nonno addormentato sulla sdraio...
Come si fa a dedicarsi al sacro rituale dell'otium con il cervello costantemente trapassato (da orecchio a orecchio, senza che nessuna sillaba sia schermata dalle falde del cappello di finta- paglia- omaggio Nivea, che nel frattempo ci si sta sciogliendo sulla testa) dai consigli scambiati tra le brave comari per la preparazione dei tortellini per il prossimo natale, o dai commenti maschili sulle ultime vicende della Coppa Uefa, o in generale dai pettegolezzi che, mica per niente si sono conquistati un epiteto proprio: "da spiaggia" per l'appunto ("Lo sai che lo scorso inverno Tizio ha cornificato Caia?!", "Ma no?!"; "E Sempronia aspetta il quarto pargolo e vista da dietro assomiglia sempre più a un cetaceo!"...diciamocelo, il tenore intellettualistico dei discorsi che si dispiegano tra un lettino solare e l'altro non si discosta molto da questo!).
Folla di neuroni inebetita dal sole...
A complicare ulteriormenrte la situazione c'è sempre qualche creatura zoomorfa gonfiabile in PVC, che sfugge al controllo e trasportata dalle brezze marine ti piomba addosso con tutta la sua animalesca imponenza gommosa, leggera ma graffiante di cuciture di nylon! Niente di meglio di queste fusa artificiali per la pelle già cotta dal sole e irritata dal sale!






Come se tutto questo bailamme non fosse abbastanza, alcune menti perverse arrivano a portarsi in spiaggia i loro amici pelosi a 4 zampe, vivi, di pezzatura più o meno estesa, li tengono al sole finchè non sublimano, per poi tentare di recuperarli a forma solida pucciandoli in acqua. E allora inizia il lento rituale di recupero di legnetti ripetutamente gettati in mare da padroni annoiati, finchè la povera bestia non esprime il suo disappunto con una solenne scrollata di "au di cane bagnato e mollusco" addosso al vicino di battigia...

Che si opti per la lido organizzato o per la spiaggia libera (ovvero per quel che ne resta durante l'alta stagione), gli scenari che si distendono lungo le coste mediterranee nell'afa agostana ricordano tanto le colonie di foche nel periodo dell'accoppiamento: un pigia-pigia di carne più o meno soda, la lotta per il predominio sul francobollo di sabbia faticosamente conquistato, che si combatte non a colpi di coda ma con barricate di borse, zaini, frigo portatili, trincee di libri, cumuli di indumenti, infradito, boccagli, braccioli...e guai ad alzarsi per andare a fare il bagno! Si organizzano turni di guardia, ronde di sentinelle... armate di olio solare (bollente).
Una guerra di logoramento, combattuta al centimetro. E il minimo sconfinamento territoriale può generare reazioni paragonabili  a quelle dell'invasione di Slesia e Pomerania da parte dei tedeschi! Con l'unica differenza data dalla presenza, sulla spiaggia organizzata, di un bagnino-arbitro che può intervenire a impedire omicidi a colpi di ombrellone e a ricondurre ogni "utente" nella propria celletta d'alveare! 
Rassegnatevi dunque, o bagnanti, a starvene incasellati come i numeri del sudoku in un'area non molto maggiore di quella delle parole crociate!

Tutto, nell'agosto marittimo italiano si calcola in forma centimetrica: la fenomenologia degli affitti immobiliari prevede una crescita esponenziale in proporzione ai centimetri quadri di sfumatura azzurra che si ha l'impressione di intravedere all'orizzonte dalla finestra del tinello, fra i tetti delle case di fronte ("Ma signora, si sporga un po' di più... se alza una gamba, trattiene il respiro, si tiene bene alla ringhiera, vede quasi mezzo golfo!!!!"... e con un po' più di azzardo, dall'alto dei cieli, si vede fino alla Costa Pacifica...).

Allo stesso modo l'estensione dei costumi da bagno è direttamente proporzionale all'età della carne esposta, si muove tra i poli del minimalismo da bikini (che consente un'abbronzatura tanto profonda che si rischia di lasciare sul lettino una stampa radiografica, ma a patto di non respirare troppo forte, altrimenti qualche brandello anatomico scappa fuori di sicuro!) alle "metrature" delle guaine-mute modello anni 60, che non concedono neppure il più piccolo tremolio budinesco... pena la tintarella di luna...ma per chi non ha pretese di  cottura anche tra le pieghe dell'ombelico e si accontenta di una rosolatura superficiale va bene così.

Dura la vita del vacanziere agostano! E allora?
Restano due alternative: rifugiarsi in montagna o riderci su... magari cercando salvezza in un po' di buona letteratura. Eccone un assaggio:



L'avventura di una bagnante  


Facendo il bagno alla spiaggia di ***, alla signora Isotta Barbarino capitò un increscioso contrattempo. Nuotava al largo, e quando, parendole tempo di tornare, si girò verso riva, s'accorse che un fatto senza rimedio era accaduto. Aveva perso il costume da bagno. [...]
Il costume a due pezzi l'aveva messo quella mattina per la prima volta, e sulla spiaggia,in mezzo a tanti sconosciuti, le sembrò la facesse stare un po' a disagio. Invece, appena in acqua, si sentì contenta, più libera nei movimenti e con più voglia di nuotare [...] anzi, la prima cosa che pensò nuotando fu proprio: "Mi sembra d'essere nuda". L'unica molestia era il pensiero di quella spiaggia affollata, non per altro ma perchè le sue future conoscenze balneari da quel costume si sarebbero forse fatta un'idea di lei che in qualche modo avrebbero dovuto poi cambiare: non era tanto il giudizio sulla sua serietà, ché ormai al mare andavano tutte così, ma il crederla, per esempio, sportiva, o molto alla moda, mentre lei in realtà era una signora davvero alla buona e casalinga. 
[...] Al largo di quella spiaggia, lei era nuda. 
Nessuno l'avrebbe sospettato, vedendo solo la sua testa sporgere dall'acqua, e un po' di braccia e il petto [...] e lei ad affannarsi, a cambiare modo e senso del nuoto, e si girava nell'acqua, s'osservava in ogni inclinazione e in ogni luce, si contorceva su se stessa; e sempre quell'offensivo nudo corpo le veniva dietro. Era una fuga dal suo corpo, che lei stava tentando, come da un'altra persona che lei, signora Isotta, non riusciva a salvare da un difficile frangente, e più non le restava che abbandonare alla sua sorte. Eppure questo corpo così ricco e innascondibile era ben stato una sua gloria, un suo motivo di compiacimento; solo una contraddittoria catena di circostanze in apparenza sensate poteva farne ora una ragione di vergogna. Oppure no, forse sempre la sua vita consisteva solo in quella della signora vestita che lei era anche stata in ciascuno dei suoi giorni, e la sua nudità le apparteneva così poco, era un inconsulto stato della natura che si rivelava di tempo in tempo destando meraviglia negli essere umani e in lei per prima. Ora la signora Isotta ricordava che anche sola o in confidenza col marito aveva sempre accompagnato il suo esser nuda con un'aria di complicità, d'ironia tra impacciata e gattesca, come se temporaneamente indossasse dei camuffamenti gioiosi ma sproporzionati, per una specie di segreto carnevale tra sposi.  
[...] non capiva perchè questa nudità che tutti portano con sé da sempre, bandisse ora lei sola, come fosse la sola a essere nuda, l'unica creatura che potesse restare nuda sotto il cielo [...] le toccava d'espiare solo questa nostra un po' goffa tenerezza di forme [...] quella nudità che le era a un tratto come cresciuta addosso, lei l'aveva sempre accettata non come una sua colpa ma come la sua innocenza ansiosa, come la fraternità segreta con gli altri, come carne e radice del suo essere al mondo; e loro invece, gli scaltri dei sandolini e le impavide degli ombrelloni, che non l'accettavano, che l'insinuavano come un reato, come un capo d'accusa, solo loro erano i colpevoli.
[...]


(in Gli amori difficili, Italo Calvino)








sabato 20 luglio 2013

"La cerimonia del mattino"


Le parole racchiudono mondi e immortalano momenti. I suoni, il flessuoso inseguirsi delle curve d'inchiostro sulla carta, lo stupore infantile di fronte al concretizzarsi della prima parola tracciata dalla maestra sulla lavagna... Le parole sono "sostanze" che danno corpo a pensieri, disegnano "spazi" e ambienti, si pongono quali perenne testimonianza di vissuti ed emozioni.
Si possono amare le parole in tanti modi e per tante ragioni; i letterati le "usano", le "venerano", vi giocano, le rispettano o le sfruttano, storpiandole e piegandole al loro volere; gli "utenti" passivi ne colgono la natura strumentale, l'"utilità" pratica, quelli più raffinati ne colgono le implicazioni artistiche, ne riconoscono l'"anima".
Non è necessario che le parole siano "belle" perchè siano amate; i significati che evocano possono essere del tutto indipendenti dal loro suono o dal contesto di impiego, legandosi talvolta a ragioni profonde e inconsce...

Ho imparato a leggere e scrivere a 5 anni... e da allora mi sono ubriacata di parole fino a sviluppare una vera e propria dipendenza, dalla quale credo ormai di essere (fortunatamente) irrecuperabile!!! Credo che se cascassi e mi rompessi la zucca, si vedrebbero miliardi di parolette che scappano da tutte le parti, alcune sciolte, altre tenendosi per mano... come le tartarughine neonate che corrono sul bagnasciuga dopo aver rotto il loro guscio!
 
Tra queste parole che mi affollano il cranio, ce ne sono alcune di cui sono inspiegabilmente innamorata; una di queste è colazione: ci sento dentro il crepitare del caffè nella mocha, anacronistica e ormai obsoleta che nella mia, come in metà delle cucine del mondo, è stata sostituita da una moderna e pratica macchinetta automatica (bellina, per carità, ma la vecchia caffettiera che borbotta sul fornello e se te la dimentichi sputa fuori metà del suo contenuto aveva tutt'altro fascino!); vi è poi (in tutte quelle zzz, che sono una sola ma sembrano tante al mio orecchio) l'asprigno frizzantino come l'aria mattutina del succo d'arancia (che per altro non bevo, ma di cui mi piace la fresca immaginaria presenza in un ipotetico bicchiere); ci sento il caldo profumo del pane appena sfornato, che esce dalle bottegucce agli angoli delle strade (non vivo nel paese di Hansel e Gretel; gli artisti del pane grazie al cielo sopravvivono anche nelle grandi città!) e risale lungo le pareti degli edifici per infilarsi nelle fessure delle finestre bisbiglianti sul mattino.
In questo lessema (o forse solo nella mia mente favoleggiante) ci sono poi la consistenza traballante delle confetture di frutta, che scivola su un velo opalescente di burro, il tintinnìo delle tazze di porcellana, i gesti ripetuti ogno giorno e ogni giorno diversi, il primo "Buon giono" domestico, il primo toccarsi nei movimenti minimi del passarsi il vasetto del miele o il bricchetto del latte...

Colazione (con la maiuscola che non dipende solo dalla pausa interpuntoria) per me è il primo rito celebrativo del giorno, il primo omaggio alla sicurezza di una quotidianità "casalinga" ogni giorno rinnovata; cerimonia i cui strumenti sono gli oggetti consueti, le "buone cose" di sempre, ma a anche i loro sostituti esotici; il fascino della colazione in quanto inchino al nuovo giorno permane anche lontano dal "nido", anche di fronte a un'alba straniera, a un cielo capovolto, a un pane nato da grano altrui.

Ho fatto colazione nella luce d'oro del deserto, con pane cotto sotto la sabbia e tè alla menta, o nella selvatichezza africana, di fronte al fuoco e nel silenzio che segue l'acquietarsi della vita notturna e precede il risveglio di quella assolata del continente nero e delle sue creature.

Ho partecipato a questo magico rito prima dell'alba, nel buio stellato dei privilegiati insonni, o su balconi affacciati al vento salato e blu della Grecia, eterno e amato rifugio per l'anima bisognosa di pace...con yogurt compatto e candido, miele luccicante di sole e fichi dolci come gli attimi più intimi della notte conclusa...

Ma anche al bancone di bar affollati nel groviglio caotico e pieno di vita del traffico mattutino di Roma, con il suo sovrapporsi di saluti, tintinnìo di piattini e monete, intrecciarsi di cornetti e tazze traboccanti schiuma profumata, accalcarsi di lavoratori che si sfiorano in una danza propiziatoria del "buon lavoro" e anticipatoria delle rispettive imminenti incombenze...
Mi è capitato di dover fare colazione in enormi sale da pranzo deserte di hotel, prima delle partenze aeree super-mattiniere, quando nemmeno il personale alberghiero è stato disposto ad assistere al rituale del mio risveglio fisico, ma mi ha usato la gentilezza di predisporlo in anticipo la sera prima...


Mi sono stupita di fronte ad usanza gastronomiche tanto diverse da quelle europee, al cospetto di zuppe di pollo e noodles, polpette di pesce e altre stravaganze culinarie, servite e consumate a tutte le ore lungo le strade tailandesi, gremite di baracchini fumanti e tuc tuc sfreccianti in tutte le direzioni...


 
Ovunque ho vissuto le mie colazioni come momenti speciali; attimi fermati e goduti nel fluire ciclico e irripetibile dei giorni, delle vite degli altri e della mia; cogliendo ogni volta il privilegio dell'"essere" ancora dopo la pausa notturna della mia metà del mondo...
I primi sapori, colori e consistenze mattutini sono stati gli accordi degli strumenti delle mie giornate, gli ingredienti di sostegno alle occasioni importanti, le note su cui intonare intere esperienze racchiuse nello scrigno del "dì"...
Intrecciare le dita attorno a una tazza di te fumante, la "mia" tazza di te, spalmare di burro e marmellata una fetta di pane tostato come gesto d'amore per qualcun'altro o per me stessa, apparecchiare con cura un micro pic nic improvvisato sul balcone di casa per iniziare il giorno in modo speciale...

Sono attimi impagabili, racconti irripetibili eppure rinnovabili nell'antologia di una vita, proemi lucenti di splendide storie che si distendono da un'alba all'altra, in un'infinita collana di attese e certezze, progetti e tributi al passato, ricordi e consapevolezza delle novità pronte aschiudersi nell'arco di due rotazioni della "lancetta corta" nell'arena dell'orologio...
Dunque abbasso il brunch! Invenzione economica per pigri o frettolosi, indecisi o incapaci di fermarsi per un attimo ad assumere consapevolezza della propria rinnovata creazione alla vita e della vita; moda distruttrice del privilegio del risveglio sensoriale quotidiano, della calma e della sosta che segna la soglia tra veglia e vita, tra buio e luce, tra intimità del sonno e pubblica esibizione del proprio sè sociale... Momento per essere se stessi prima di apparire agli altri, per raccogliersi nella solitudine delle proprie abitudini, anticipando l'immergersi nella compagnia del mondo....

Tutto questo per dirmi e dire a tutti "Buon giorno!"

mercoledì 19 giugno 2013

La guerra, finalmente!

La guerra, finalmente!
Laurana Berra

I libri dello Zelig
2013, MobyDick, Faenza
€ 11,00 

Appena pubblicato, l'ultimo libro di Laurana Berra è una raccolta di brevi sguardi nella quale, con la cordialità di scrittura che caratterizza anche le sue precedenti opere, l'autrice presta la propria voce a personaggi diversi per età, sesso, condizione sociale, accomunati dall'esperienza della guerra e del fascismo, protagonisti in vario modo del "buio" delle "nere notti di un'adolescenza senza luce, chiusa nelle tenebre come in un sudario funebre". 
Con grande sensibilità la scrittrice restituisce alla pagina le "giovani voci galleggianti nell'oscurità in mille bolle di vita", voci strette da una sotterranea "fratellanza", e che tuttavia non hanno "nulla in comune tranne la guerra, qualche sogno, quel grande buio e una giovinezza di cui in quel momento non sanno che cosa farsene".
La guerra e il Regime sono guardati, nella loro "realtà circense", dalla dimensione sognante dell'infanzia nei primi racconti, e poi via via tragicamente compresi e fatti oggetto di drammatica consapevolezza in quelli successivi, con una progressione che riflette la diversa età e condizione dei personaggi; tutti in qualche modo posti di fronte a una prova d'iniziazione che li porta a una dolorosa e più o meno cosciente maturazione interiore.
L'esperienza dolorosa del contatto con il mondo adulto della guerra, della politica, del Potere, della morte, si insinua prepotentemente tra i motivi dell'amicizia, dell'adolescenza "con i suoi timori, le attese, gli struggimenti, i primi sospiri d'amore"; creando fratture indelebili nell'innocenza di un'infanzia che tuttavia riesce a mantenere la propria gioiosa inconsapevolezza, a "crearsi un solido fortino in cui trovare rifugio", fino all'ingresso forzato in una dolorosa adultità, negli ultimi racconti.
Ogni sentimento e pensiero viene reso in modo onesto e coerente dalla scrittrice, che si fa da parte per lasciare spazio al punto di vista dei suoi personaggi, forse ritrovando proprio attraverso essi l'unità di quel "susseguirsi di flash" che è la vita, come è scritto nella premessa al libro. 
Le "voci" si alternano ai silenzi carichi di significato di una narratrice, che non dice mai più del necessario, non si sofferma sulle conseguenze brutali del vissuto di alcuni dei suoi protagonisti, ma sa concedere al suo racconto qualche nota umoristica a margine (come il riferimento alla "cioccolata autarchica", al "caffè...tutto cicoria" o ai dolci come "pallottole gialle con in cima uno sbuffo biancastro che voleva simulare la panna montata (ma forse era) dentifricio alla menta") e qualche frammento di vera poesia; così i "coriandoli di un verde carnevale" primaverile si capovolgono nell'immagine del "prato di verde smeraldo" dipinto attorno al foro di un proiettile, la luce del mattino "ricompone il mondo" nonostante il male di un'epoca in cui "non conoscevi la gente, non sapevi con chi avevi a che fare, le divise rendevano tutti uguali. Ogni parola poteva essere fraintesa, ogni gesto ritenuto una provocazione".
In questo "bailamme bellico" la vita si riprende i suoi spazi, riconquistandoli alla morte, alle "salvifiche bombe" dispensate "generosamente dagli alleati", resiste divisa tra un "prima" e un "dopo" (la perdita. la fuga, la lontanaza, la paura), tra una sponda e l'altra della Storia. Ogni frammento è una testimonianza dei gesti di umanità istintiva, degli slanci di generosità imprudente, del desiderio di contatto, grazie ai quali la giovinezza resiste alla guerra e la scrittura si fa davvero "ancora di salvezza" per se stessi e per tutti, strumento per riallacciare i frammenti dei propri ricordi e cercare il senso della Storia, del mondo, della nostra cenere.

    

domenica 9 giugno 2013

La campanella silente...

Oggi la campanella tace, non si sgola riecheggiando per i corridoi dall'atmosfera un po' ospedaliera delle scuole. Sta zitta. E non solo perchè è domenica; protrarrà il suo afasico sciopero per almeno tre mesi. Perchè è finita la scuola, da ieri, e per i più fortunati già da due giorni.
Guardando fuori dalla finestra immagino il cielo invaso da tante piccole "Zzzzzz..." (invisibili) da fumetto... scappate dalle stanze di studenti che, pronti a mandare il cervello in standby per tutta l'estate, si godono il letargo nel limbo che separa la fine delle lezioni dalla consegna delle pagelle con relativi debiti-crediti-tasso di interesse?... (nella scuola di oggi non ci si capisce più niente e più che di voti sembra di studenti sembra di parlare di pacchetti azionari!).

Ma "è finita la scuola" oppure "la scuola è finita"?
Sottigliezza linguistica rivelatrice di un grande dilemma.

Se lo chiedono in tanti. 
Nell'ultimo saggio che mi è capitato di recensire (Norberto Bottani, "Requiem per la scuola (?)", Bologna, Il Mulino) l'interrogativo assume una sfumatura ironico-apocalittica: la scuola si è suicidata? E' defunta o agonizzante? Dobbiamo rassegnarci a staccarle la spina, piangere sulle spoglie della cara estinta e celebrarne le esequie? O c'è ancora speranza per un'iniezione miracolosa di vita e spazio per un suo intelligente restyling? E ancora: si può fare a meno della Scuola? Dipende...
Si può fare a meno della cultura? No.

Ma scuola-istruzione-cultura non sono termini legati da un rapporto logico-causale nè di implicazione reciproca. 
E su questo ci possiamo mettere mani e piedi sul fuoco; basta farsi un giretto esplorativo su facebook e dare una scorsa allo "stile letterario" impiegato dagli attuali giovani-studenti-(ex), per rendersi conto dei "frutti" prodotti dall'albero dell'istruzione attuale. Se poi si passa agli articoli di quotidiani e riviste (che si suppongono scritti da fior di laureati o giornalisti "coronati", quegli individui un po' spocchiosi, che si vantano del titolo di intellettuali, quando la loro competenza in fatto di "lettere" dovrebbe limitarsi a quelle magnetiche che si attaccano sul frigo per ricordarsi di comprare il prezzemolo!) viene voglia di piangere. Non c'è una virgola al suo posto nemmeno per spaglio, strafalcioni grammaticali a manciate e una sintassi penosa nella quale il cervello dello sventurato lettore annaspa, annega, si perde alla ricerca del filo di Arianna perduto. E la notizia evapora.

Alla luce di un anno di drammatiche ripetizioni, imposte a ciucci di diverso calibro, da genitori spinti ad un livello più o meno elevato di disperazione (alla prospettiva di una pagella piena di X come una schedina del Totocalcio!) posso dire che licet strapparsi i capelli!
Ho visto cose che non potreste nemmeno immaginare!!!
Temi insulsi e insignificanti, errori che rivelano un'ignoranza catastrofica (trampolini dai quali la logica precipita  lungo una scarpata oceanica chilometrica per inabissarsi in un buco nero, aspiratore di ogni possibilità di recupero), una capacità di ragionamento piena di falle ampie come il buco nell'ozono e un totale disinteresse per il mondo (sia quello della pagina scritta sia quello reale circostante). 

Un esempio: (Storia) parlando del pensiero e dell'orizzonte ideologico medievali, in cui la superstizione dominava imperante e l'interpretazione allegorica della realtà determinava una mancata distinzione tra dati reali ed elementi tratti dal mito e dalla leggenda e depositatisi nell'immaginario collettivo, siamo inciampati nell'affermazione: "Un grifone era reale quanto un leone". Al che ho avuto la malaugurata idea di chiedere "Hai capito cosa vuol dire?". Risposta: "Sì, che il grifone (definito dal pargolo come "Uccello notoriamente usato per la caccia"... la confusione col falcone è sottintesa) era molto costoso, come un leone, e quindi solo i re potevano permettersi di acquistarlo".
.... 
(ogni commento è superfluo!)

Ma quello che più mi stupisce e mi allarma è la "bestiaggine" e la totale mancanza di buon senso rivelata dai professori, esibita non solo nelle plateali, pittoriche, correzioni a tinte forti sui compiti in classe (pagine che finiscono con l'assomigliare a un campo di battaglia navale) ma nella totale imbecilità dei compiti assegnati!!! 
Domanda a cui rispondere per iscritto: "Perchè gli dei erano filosofi?".
Giuro che cinque anni di liceo classico e altri cinque di Lettere Moderne non sono bastati perchè sapessi rispondere (sarò vittima anch'io della mala-Scuola???). Ma che domanda è?????
Oppure: compito per le vacanze di Natale: tutta la parafrasi del Canto IX dell'Inferno. Ma a che scopo?
Già la "parafrasi" è di per sè un'operazione demenziale, il modo più efficace per scempiare la poesia; prescriverla solo per la ragione che non si sa cos'altro far fare agli studenti affinchè non si godano le vacanze è il massimo! Il modo migliore perchè al termine dell'istruzione obbligatoria facciano un bel falò di classici e si ritirino a trafficare oppio nel Triangolo d'Oro!

Ma non è tutto. 

A nessun sedicenne, nemmeno al più leopardiano amante dello studio masochistico si può imporre, nel corso dell'anno, l'analisi di CINQUANTA sonetti di Petrarca! Io stessa che l'ho aiutato a svolgerla, sono ormai perseguitata dall'immagine di Laura seduta sulle rive del Sorga, sotto la pioggia di petali... e vorrei annegarcela in quel ruscelletto! Lei e quell'altra Beatrice!  Piantala di fare la sostenuta e concedi sto saluto al povero Dante, così la finiamo!!!
Quante volte, per sopravvivere alle 2 ore di lettura monotona e singhiozzante di versi trecenteschi, per sopravvivere alla sofferenza, mi sono ritrovata a immaginarmi le due fanciulle mentre litigano ferocemente e si accapigliano strappandosi i boccoli d'oro!!! Modernizziamo l'immagine della donna angelicata!

Ci sono poi temi, che ora non si chiamano più temi, bensì (con una differenza che si è rivelata fondamentale per la solidità della cultura dello studente del terzo millennio) "argomentazioni". Che poi l'argomento sia del tutto in-argomentabile è un dettaglio che bisognerà affrontare di fronte al muto foglio bianco, inchiostrato solo dall'incipit Nome-Classe-Data.

"Descrivi il tuo piatto preferito". 
Contributo all'evoluzione della letteratura italiana zero, interesse per l'umanità -25!

Oppure:
"Parla di una boccetta di profumo". 

Panico.
"Una boccetta di profumo è un oggetto". 
Bene, ottimo inizio. Che altro? Cos'altro si potrà mai dire su un oggetto che non è neppure il profumo in sè (distillato affascinante sul quale sono stati scritti trattati e romanzi), ma proprio il contenitore! Bisogna ingegnarsi! E siccome io ho tanta fantasia (unico strumento di sopravvivenza alle avversità della vita e rimedio contro l'inacidimento del fegato), ecco a cosa sono approdata:

"Strano ma vero, è possibile affezionarsi anche a una boccetta di profumo"

Dopo aver esalato l'ultima spruzzata, è rimasta a lungo a guardarmi, nella sua vuota trasparenza, dalla mensola del bagno, dandomi il Buongiorno ogni mattina e scrutandomi con l'aria interrogativa (che ha assunto da quando ha smarrito il suo cappuccio) come a dire "Che ci faccio ancora qui?". Non sembra vergognarsi della sua semi-nudità; mantata solo di un'etichetta trasparente recante un antico nome di battesimo non più leggibile, che lascia vedere il suo scheletro di plastica e, al suo interno, ancora un residuo di linfa vitale che non è mai riuscito a risalire la sua flessuosa spina dorsale, restando sul fondo in perpetuo ricordo della sua distillata inutilità.
E adesso posso anche farmi assumere dalla Mulino Bianco per completare le storie scritte in epigrafe sui sacchetti dei biscotti, incipit privi di seguito, avventure inconcluse da anni, che ogni mattina mi fanno andare di traverso un Pandistelle o un CuordiMela, per il cruccio di non sapere come andrà a finire! Voglio anch'io le mie Favole moderne!









sabato 4 maggio 2013

Nella Rete

(2 al 15 maggio, Teatro Verdi, Milano)


MiniaturaNella rete- Teatro del Buratto- novità 2013

In scena al Teatro Verdi il secondo capitolo della trilogia dedicata ai giovani della nostra epoca e alle nuove problematiche che si intrecciano al loro vivere quotidiano. Parte del progetto "Giovani e nuove dipendenze", apertosi con lo spettacolo "Binge Drinking" (incentrato sul rapporto tra adolescenti e alcol), "Nella Rete" (testo e regia di Renata Coluccini) affronta ora il tema attualissimo dell'uso e abuso della Rete, allo scopo di sensibilizzare  adolescenti e preadolescenti (anche attraverso uno spazio riservato al dibattito) sui rischi dei moderni sistemi di comunicazione e sulla consapevolezza e la responsabilità con cui bisogna muoversi sul confine tra on e off line.

Tre giovanissimi e capaci attori (Elisa Canfora, Stefano Panzeri e Ylenia Santo) portano sulla scena le loro vite, la realtà che condividono in modo parallelo ma inconsapevole, chiusi ciascuno nella propria dimensione, al confine tra verità e virtualità, lungo strade, fili, connessioni destinati solo occasionalmente a intrecciarsi.
L'esperienza quotidiana del liceo, fatta di amori, delusioni, sogni, frustrazioni diventa oggetto di categoriche esclusioni: basta dire "Non mi piace" (secondo il linguaggio tipico dei social network) per astrarsi dalla dimensione reale, per escludersi, cancellarsi dal mondo vero, rifugiandosi dietro lo schermo del computer o del telefonino, dietro la moderna maschera degli avatar: alter ego, identità virtuali fatti di nascondimenti e trasparenze, tessuti nella Rete ed esistenti solo perchè invischiati in un infinito moltiplicarsi di amici, amici di amici, amici di amici di amici..., condivisione...condivisione...condivisione ("Ma con chi?").

E' quanto fanno Giulio ed Elena, che trasformano il loro senso di esclusione, il loro trovarsi in un mondo del quale ancora non sanno se vogliono o possono fare parte, in un rifugio, in una scelta: la scelta di "non essere", non esistere se non come bugie, nick name, post, click, in un mondo di viaggi illusori, conoscenze opache, amicizie artificiali,
"dove non c'è nessuno che sia nessuno, dove tutti hanno un nome, tutti sanno tutto di tutti, dove nessuno può insultarti davvero"..."un posto dove non puoi cadere" e "dal quale puoi sempre sparire".
Nel suo mondo di facebook, network, chat, twitter, in cui trasformarsi da "anonimi" a "noti" basta una foto, Giulio diviene un'incarnazione stravolta del mitico Ulisse, che tenta di salvarsi rinunciando alla propria identità, trasformandosi in Nessuno:
"Io mi chiamo Giulio, tutto quello che vedi di me è falso, ma io sono vero"
e infine sprofondando, perdendo l'equilibrio come un funambolo sul filo e smarrendo la via del ritorno.
"Io sono una bugia".
Elena, celata dietro l'anonimato del suo blog, rivitalizza il mito di Aracne: osservatrice, critica della vita, ricama intrecci, ragnatele, arazzi che raccontano storie, fili che formano strade di seta percorse da altri e nulla per lei è più vero della sua tela. 
Nella sua foresta, una foresta (la Rete) nella quale tutto diviene traslucido, promettente, opaco, finto, perfetto, ella conosce tutti i sentieri, si sente cacciatrice, non Cappuccetto Rosso, e i lupi in agguato non le fanno paura.
Scrivere per lei è vedere, inventare, raccontare, trasfigurare, dare vita a tutti coloro che sembrano non esistere se non sul video; è come comporre un cabaret di paste, offrire a ciascuno l'identità che vuole, dare forma alla realtà più confacente ai sogni, ai desideri, alle ambizioni di ciascuno e renderla disponibile universalmente. 
Che sia finta poco importa. La responsabilità di non perdere l'equilibrio, è tutta a carico di chi vive nella rete, perchè chi la tesse rimane irriconoscibile, trincerato nella sua popolarità anonima.

Francesca infine, è una ragazza normale, che trova sicurezza nel suo voler essere come gli altri e pensarla come gli altri, anche se la normalità non si vede, ma si vive.
Ella è l'unica, che sa ancora "guardarsi allo specchio", che "si trucca" (quindi in qualche modo si maschera) ma per sentirsi bene nella vita reale, fatta di insicurezze, aspettative, emozioni, amori, che non hanno bisogno di post e manifesti in bacheca. 
A rendere non-banale la sua normalità è il fatto che essa è vera.
Tuttavia sarà proprio Francesca a restare vittima dell'insidiosità della Rete, farfalla catturata dal ragno nella sua tela. E per farlo basta una foto.
Paradossalmente, nel mondo effimero del digitale, dei pixel, dell'evanescenza dei dati, una foto diviene un marchio di vergogna che appare indelebile. E sotto il peso di questa vergogna, come Giulio, Francesca si sente annegare. Entrambi cercano di "uscire" dalla rete della Rete, di uccidere i loro avatar, i loro io che non sono, ma sprofondano.
"Io sono una bugia che diventa realtà"... "Io sarò per sempre quella foto"
Intanto Elena tace.
Il finale rimane volutamente aperto, suggerisce la possibilità di un riscatto, lascia spazio al dibattito e alla ricerca di una fuga dal labirinto di internet.
"C'era una volta un mondo in cui Cappuccetto Rosso veniva salvata dal cacciatore, Pelle d'Asino sposava il principe e Pollicino riusciva a ingannare l'Orco".
Ma questo mondo non è quello della Rete, dove i sogni, le fiabe, si trasfigurano in bugie.
La salvezza è fuori.

Anche se "la Rete non uccide, ma gli uomini sì".