giovedì 22 gennaio 2015

lessemi e lenticchie


Da  «adulescere» a «zoccolaggine»: 1.500 nuove parole nello Zingarelli 2014.

New-entries: «inzitellito», «rosicone», «shortino» e «hasthtag»

Mentre il termine «rottamatore» si arricchisce del significato di «renziano»…



Il vocabolario della lingua italiana vanta un patrimonio stimato tra i 215 e i 270.000 vocaboli (sebbene le parole “dicibili e scrivibili”, cioè le “forme di lessemi” siano più di 2 milioni); un numero in costante aumento viste le continue acquisizioni che il lessico fagocita: neologismi, prestiti interlinguistici, neoformazioni, prestiti dal linguaggio tecnico o giovanile, lessico settoriale, voci gergali, regionalismi e dialettismi divenuti d’uso, alterazioni (mediante prefissi, infissi e suffissi).
Di questa promiscuità lessicale, 47.000 vocaboli costituiscono il cosiddetto “linguaggio comune”… insomma l’italiano pret a porter, alla portata di tutti gli individui che abbiano superato la fase di alogon zoon (“animale afono”); le statistiche ne concedono 6.500-7.000, il cosiddetto “vocabolario di base” che copre il 95% dei discorsi comuni a coloro che non siano proprio capre spinte fuori dal sistema scolastico a calci nel didietro, di cui 2.000 voci costituiscono il lessico detto “fondamentale” (insomma quello che di poco ci discosta da “Fido”). Chi invece avesse qualche aspirazione "erudita" dovrebbe locupletare il proprio vocabolario con altre 2.500 voci considerate di livello medio-alto (quello che copre appena il 6 % dei nostri discorsi) … il fatto che comprenda «idiota» e «impaurire» ci restituisce la catastrofica immagine della competenza linguistica italiana...

La colpa? Ricominciare la tiritera di scuola, famiglia, TV, giornalisti analfabeti, ecc. è "anacronistico", "obsoleto" (e chi non sa cosa vuol dire se lo vada pure a cercare sul dizionario!). 


Non voglio qui addentrarmi nel ginepraio della polemica, anche perchè non ho alcuna velleità di "cruscante" e l'unica "crusca" che al momento rientra nell'orizzonte dei miei interessi è quella (con la minuscola) contenuta nel muesli della colazione; sullo sfacelo dell'italiano "standard" (definizione accattivante per indicare la diffusa ignoranza camuffata da "consuetudine" comunicativa) mi soffermerò un'altra volta.

Però mi concedo una breve considerazione: noi poveri esseri umani evolviamo dallo stato animale e ci conquistiamo la dignità di essere finalmente considerati creature razionali dal momento in cui cominciamo a padroneggiare il linguaggio, per esprimere pensieri, volontà, consapevolezza mediata di noi stessi e del mondo che ci circonda… Nel momento in cui smettiamo di balbettare “Ua-Ua” e cominciamo a chiedere “Acqua” e quando anche per noi il "bau" diventa un "cane", ci conquistiamo a pieno titolo l’ammissione nella comunità degli esemplari senzienti.

Eppure non si sa per quale strana evoluzione, per un verso o per un altro, finiamo con l’esprimerci come dei ruminanti trogloditi o come dei veri e propri alieni col cervello sciroppato dalle radiazioni dei cellulari. E mentre le "Tre corone", i padri del dialetto fiorentino trecentesco, si rivoltano nei loro sepolcri noi ci affidiamo agli Smart phone: i cellulari “intelligenti”, tanto che riescono a sapere prima e meglio di noi cosa intendiamo scrivere al nostro interlocutore virtuale e accorrono in soccorso della nostra incompetenza linguistica con provvidenziali “suggerimenti”. Pazienza se poi invece di un “consiglio” inviamo un “coniglio” e invece che imporre a qualcuno “smettila” gli chiediamo un “alettone”… conserviamo i neuroni in gelatina, non si sa mai che un domani potremo venderli o cederli in comodato d’uso…

“Tvb, kk, tt, nn, xkè, wfq”, ecc…Avanguardismo linguistico? No, soltanto che col nuovo millennio siamo diventati non solo intolleranti al glutine e al lattosio ma anche allergici alle vocali e alla subordinazione; le care buone vecchie proposizioni relative, completive, infinitive oggettive…!!! Chi le ricorda più?  Oggi tirano forte italiano standard e lo stile “brillante”, giornalistico e un po’ antipatico... Ed è la diaspora dei significati!


Tornando al nostro vocabolario interiore: della sterminata varietà linguistica potenzialmente disponibile, dobbiamo togliere la percentuale delle parole che non conosciamo (cioè quelle udendo le quali assumiamo la significativa espressione da triglia bollita) e quella delle voci che ci asteniamo dal pronunciare (o perché pur essendo giunte alle nostre orecchie non sapremmo inserirle correttamente in un discorso o per evitare che il 98% dei nostri interlocutori le interpreti come primo sintomo di un nostro ictus imminente... o dia un'occhiata alle nostre spalle per scoprire se ci sta spuntando la coda a seguito di un rapimento alieno!). Ci sono poi le parole che tutti sanno, dicono e pensano, ma da cui sono ufficialmente “astemi”: per esempio le parolacce, più o meno “raffinate” o i “neologismi domestici”, fenomeni associativi per cui l’accappatoio diventa acchiappa-topi e il dentifricio si trasforma in un discriminante dentifrocio, oppure con un’immotivata “metatesi” le pantofole si mutano in panfotole.

Sono i nostri salvagenti mentali, gli strumenti che ci inventiamo per sublimare le nostre carenze espressive e tappare i vuoti lessicali: tutti noi abbiamo (più o meno consapevolmente) un vero e proprio "sgabuzzino" interiore, in cui releghiamo scope e parole. Ci ficchiamo dentro, destinandole a immeritato oblio anche quella sfilza di termini che ci costringono a imparare in prima elementare e il cui unico scopo apparente è quello di far divertire sadiche maestre, mentre correggono disastrosi dettati a colpi di penna rossa.

Esempio: "soqquadro". É una di quelle parole che suonano simpaticamente inutili (se non a scopo illustrativo) che ti insegnano insieme a far germogliare le lenticchie nelle confezioni delle uova riempite di ovatta (come se la massima aspirazione di tutti gli alunni di sei anni per il loro futuro fosse quella di avviarne una coltivazione domestica, affermando la propria autarchia alimentare!) e che sai già che userai un paio di volte al massimo in tutta la vita, e che entrambe le volte suderai freddo di fronte alla chimera della doppia Q!!!

Ma anche al trauma del "soqquadro" si sopravvive... così come si supera il dilemma tra valige o valigie, coscenza o coscienza, familiare o famigliare... Finiamo le elementari, ci barcameniamo tra medie e superiori... I più ambiziosi (o i figli di genitori ambiziosi) finiscono all'università per conquistarsi qualche altro acrostico da premettere al proprio cognome. Il mondo pullula di "Avv.", "Dott.", "Arch.", "Ing." che non hanno ancora superato l'epoca in cui coltivavano lenticchie nell'ovatta e non sanno che l'"abbrivio" non è uno dei sintomi dell'influenza, che l'"Alchermes" non è un paese del Medio Oriente,  la "Salmonella" non viene servita come antipasto nei ristoranti di lusso e che essere "automuniti" non significa avere un deficit fisico inguaribile...

Forse allora, ripensandoci, le maestre che tentavano di iniziarci alla coltivazione dei legumi avevano lungimiranza sui tanti somari che avrebbero fatto meglio a sostenere l'agricoltura nazionale piuttosto che ad appollaiarsi dietro alle scrivanie dandosi aria di gran signori. Eppure ormai si sa: anche alle piante bisogna parlare... e con un vocabolario sterile come l'Atacama, al massimo possiamo sperare che cresca qualche cactus o una colonia di licheni...


















sabato 17 gennaio 2015

Il (pro)fumo di un'altra...









Sì, questo mondo è piatto, e quanto all'altro, frottole.
Senza speranza vado mansueto alla mia sorte;
per ammazzare il tempo, aspettando la morte,
fumo in faccia agli dei sottili sigarette.

Su, viventi, affannatevi, o scheletri futuri.
Me, l'azzurro meandro che verso il cielo si torce
mi sprofonda in un'estasi infinita e m'addorme
come ai morenti aromi di mille bruciatori.

Ed entro nel fiorito eden dai sogni chiari,
dove elefanti in fregola si intrecciano alla fioca
danza delle zanzare, in fantasiosi valzer.

E quando poi pensando ai miei versi mi scuoto,
contemplo, il cuore pieno di dolce gioia, il caro
mio pollice arrostito come un cosciotto d'oca.

(Jules Laforgue, La sigaretta)


Cica, cicca e chica... Dal latino cicus o ciccus, "pellicola sottilissima che avvolge i semi dei frutti" o, nell'uso metaforico, "un nonnulla", "un minimo"... Considerando l'origine comune, mi chiedo per quale delirante scherzo etimologico si sia passati da "buccia" a "ragazza" ma anche a "mozzicone"... ma non posso esibire una competenza plurilinguistica sufficiente per ritenermi offesa dall'accostamento.  In fondo a separare i tre concetti c’è non solo una consonante ma nientemeno che la caduta dell'impero romano d'Occidente (!)... con conseguente minestrone di lingue romanze.
In ogni caso, per i devoti del dio Tabacco, l'associazione dell'immagine femminile alla sigaretta potrebbe non essere così stravagante. 
Primo piacere del mattino, virgola affascinante tra le labbra di Hanfry Bogart, ultimo desiderio dei condannati a morte nei film americani, la sigaretta rappresenta per qualsiasi dissoluto fumatore un vero e proprio oggetto del desiderio, una un'amica, una compagna con cui condividere momenti di stress o relax... insomma, quasi un'amante da taschino! Esile, bianca e taciturna come una Geisha... Tanto che alcune mogli ne sono gelose.
Certo, alzarsi nel cuore della notte e trovare il proprio consorte chiuso in bagno, seduto sulla tazza in pigiama, mentre si inebria di nascosto dei fumi di una Marlboro, è un po' triste... Forse un tempo eravamo noi il motivo per cui si destava anelante... Però diciamoci la verità: essere svegliate alle tre del mattino per fare "Picci-picci" può essere piacevole per il primo anno di fidanzamento (facciamo due?), ma non oltre! Dopo qualche tempo di menage coniugale il sonno diventa un territorio sacro, il regno di una pace inviolabile... E il nostro spasimante rischierebbe di vedersi ricambiato l'entusiasmo notturno con una gomitata in un occhio!
Non possiamo negare che a confronto con una consorte un po' lunatica, che si aggira per casa coi bigodini sulla testa e la faccia coperta di argilla color ramarro, la sigaretta può offrire almeno il conforto della stabilità e assicurare 8 cm di godimento, senza gli svantaggi dei preliminari o delle sfuriate domestiche.
Una donna non si può portare nel taschino in una pratica scatoletta, né (in linea di principio) farla pendere a lungo dalle proprie labbra; ogni tanto potrà fumare di rabbia...ma non è concesso capovolgerla in un piattino e porre fine ai suoi capricci... Non si può spegnere a comando una moglie né cambiare marca di fidanzata. E poi con una donna "accesa" non c'è "filtro" che tenga: dice tutto quello che pensa... e dopo l’incendio  si raccolgono le ceneri...
Ma non mi è ancora capitato di vedere una sigaretta che faccia la spesa al supermercato, cucini, carichi la lavatrice, organizzi feste di compleanno, pianga per film lacrimevoli, canti sotto la doccia, litighi col navigatore satellitare in auto, addobbi l'albero di Natale, faccia le ore piccole per cucire ai pargoli i costumi per la recita scolastica... In fondo se 9 volte su 10 i mariti che "escono a comprare le sigarette" poi tornano a casa, ci sarà un motivo!
Allora, o lussuriosi della nicotina, perdonateci il difetto di essere un po' più bisbetiche della vostra amante fumosa e attraverso la cortina sottile di fumo dietro cui vi schermite, riconosceteci per quelle che siamo, eravamo e saremo sempre, magari con qualche ruga in più o qualche capello in meno... tra i "meandri che si torcono verso il cielo" in volute danzanti, continuate a respirare anche il nostro aroma di casa, caffè, shampoo, pioggia e bambino... e magari, tornando indietro dal tabaccaio, ogni tanto portateci un fiore.









mercoledì 22 ottobre 2014

Il "ritratto" di una vita.

Ritratto di signora
Henry James
(1981)
Newton & Compton Editori
pp. 477
In circostanze adatte, poche ore nella vita sono più piacevoli dell'ora dedicata alla cerimonia nota come tè del pomeriggio. Vi sono cicostanze in cui, sia che si prenda sia che non si prenda parte al tè [...] la situazione è in se stessa deliziosa. (p. 23)

Malgrado l'aspetto "salottiero" e "frivolo" dell'esordio, affacciato sul panorama assolato e luminoso della tenuta inglese di Gardencourt, il romanzo non si riduce a una superficiale rappresentazione du circostanze mondane e dame "frullanti" nel loro abbigliamento vaporoso. L'apparente astrattezza temporale (l'"ora del tè" come limbo tra luce del pomeriggio e ombre della sera) e la sospensione spaziale (l'Inghilterra come ponte tra Vecchio e Nuovo Mondo e il giardino come locus amoenus) vengono smentite da una narrazione che che si addentra nella complessità dell'esistenza interiore, della psicologia umana e femminile in particolare, nei meandri della coscienza e nel gioco di ruoli in atto in una società (quella moderna) in evoluzione.
Al centro dell'opera, soggetto del "ritratto" che progressivamente si delinea, è Isabel Archer, una giovane americana, di condizione modesta ma di brillante personalità e acuto intelletto, che vive nella monotona Albany, lontana dal traffico di uomini e idee; dopo la morte del padre, per soddisfare il proprio desiderio di conoscere e di "vedere la vita", ella accetta di seguire l'eccentrica zia Lydia Touchett nella sua dimora fiorentina e nei suoi viaggi in Europa, passando prima per la tenuta inglese di Gardencourt. Qui risiedono lo zio e il cugino di Isabel, Ralph Touchett, malato e destinato a prematura morte, costretto perciò ad amare la cugina "senza speranza", eccetto quella di vederla
librata in alto, nell'azzurro... a navigare nella viva luce, sopra la testa degli uomini (p. 286). 
Proprio per preservare questa sua possibile, sconfinata indipendenza, quella "libertà" che per la giovane costituisce un valore assoluto e un all'apparenza irrinunciabile, Isabel respinge le proposte di matrimonio avanzatele dapprima dall'aristocratico Lord Warburton, e poi dall'industriale americano Caspar Goodwood. Ciò che ella di fatto rifiuta è l'istituzione stessa del matrimonio, intesa come limitazione della sua indipendenza personale, della sua curiosità di scoprire da sola, senza l'aiuto di un uomo (seppur intelligente) come vivere. Ma una volta divenuta ricca ereditando parte del patrimonio dello zio per volontà di Ralph, Isabel si troverà a dover affrontare il lato più ipocrita della società e l'aspetto oscuro dell'esistenza; lentamente, vedrà tessersi attorno una rete di lusinghe e relazioni interessate (quella con la carismatica e sfuggente Madame Merle e quella con il futuro marito Gilbert Osmond), di segreti, menzogne e silenzi, fino a scoprirsi, prigioniera di un'immobilità in netto contrasto con i suoi ideali giovanili, con il suo desiderio di libertà. 
Mi piace troppo la mia liberà. Se c’è una cosa al mondo di cui vado pazza […] questa è la mia indipendenza personale (p. 144).  

Affascinata e ingannata, irretita in un matrimonio senza gioia, con un personaggio "decadente", indifferente alla vita, collezionista di oggetti "belli" ma senz'anima, Isabel sacrificherà la seconda fase della propria esistenza in uno stato di mortificazione e umiliazione intellettuale, in un'attesa immobile e senza scopo di un penoso futuro.
Quella raccontata in Ritratto di signora non è infatti la storia di un fallimento amoroso, bensì, più tragicamente, la storia di una rinuncia, di una sottomissione del proprio desiderio alla volontà altrui. Quella rappresentata è la progressiva perdita di entusiasmo imposta alla protagonista, che annulla se stessa smettendo di essere la "signorina Archer", creatura viva, mobile, affacciata alla vita attraverso "mille finestre", per trasformarsi ella stessa in uno degli oggetti inanimati conservati dal marito nel privato museo della loro esistenza comune.

Nel rappresentare la "persona" di Isabel, Henry James costruisce un "ritratto astratto": la protagonista è presentata come uno «spirito alato», desideroso di movimento e di volo, elevata alla nobiltà del sentimento e del pensiero, e al tempo stesso "ridotta" a quegli aspetti della sua personalità che saranno progressivamente nullificati.
L'autore, e con lui il lettore, sembra dimenticarsi che, sotto la «massa di drappeggi» dei suoi abiti e la sua «testa intelligente» adornata da «un'acconciatura maestosa», la protagonista possiede quel corpo "ancora snello" che sembra essere l'unico legame con quella vita che ella è desiderosa di "vedere" e "conoscere", anche senza toccarla direttamente:
No, non desidero toccarla, la coppa dell'esperienza. E' una bevanda avvelanata! Voglio soltanto vedere ci miei occhi (p. 136)
L'immagine "concreta" di Isabel rimane sempre in qualche modo nascosta, dapprima dietro la luce della sua vivezza intellettuale e introspettiva, dalla sua «straordinaria profondità» e «nobiltà d'immaginazione», al suo «temperamento insieme perentorio e indulgente», poi sotto la «maschera» che le copre interamente il volto, dipingendovi una «serenità» che non è «un'espressione» ma piuttosto «una rappresentazione [...] addirittura un manifesto pubblicitario». 
Così la descrizione tutta "introspettiva" e "astratta" della protagonista è condotta dapprima attraverso il monologo interiore, che testimonia le sue frequenti «compiaciute ispezioni nel campo del suo carattere», poi, in misura crescente, attraverso riflessioni e discorsi che altri personaggi conducono su di lei, con un mutamento di prospettiva che vuole essere il riflesso stilistico della sua perdita di libertà e di facoltà di "movimento".
Se Isabel possiede «una grandiosità e uno splendore» paragonabili a quelli degli altri personaggi femminili che la circondano, progressivamente tali sue caratteristiche si trasformano negli aspetti superficiali di un "ritratto", di una "rappresentazione"; la sua immagine non riflette più «la ragazza, viva» che era, ma è ridotta alla funzione di mero "ornamento", oggetto da collezione del marito.
Privata della sua natura e ridotta al nuovo ruolo di "Lady", Isabel smette di essere "persona" per divenire "ritratto", mirabile forse, ma privo di vita. E se addirittura la morte appare all'ormai "signora Osmond" un'alternativa preferibile all'infelicità presente, sarà proprio una morte, quella imminente del cugino Ralph, a offrirle una possibile via di fuga, l'occasione per opporsi al marito e tornare a Gardencourt, dove sembra prefigurarsi per lei la possibilità di un nuovo inizio, di una nuova libertà, di un ritorno alla vita desiderata e sprecata.
Il romanzo si conclude così come era iniziato, con l'assenza della protagonista, nuovamente in viaggio: non più in partenza verso la piacevolezza ignota dei suoi sogni di libertà, bensì di ritorno nell'angolo buio e immobile di mondo in cui il marito la tiene prigioniera.
Di fatto l'opera termina senza una vera e propria conclusione: Isabel torna a Roma con la nuova consapevolezza di un'alternativa possibile, con la conferma che oltre le mura di Palazzo Roccanera, ferve ancora la vita un tempo desiderata, si distende ancora vasto il mondo sognato, con le sue innumerevoli finestre.
Sta al lettore immaginare l'uso che Isabel farà di questa nuova consapevolezza e del resto della sua vita: l'allontanamento da Roma ha aperto uno spiraglio nel "muro cieco" che è l'esistenza di "Lady Osmond"; all'eroina resta la scelta se cogliere l'occasione per spalancare nuovamente qualche finestra del suo futuro o rinunciare per sempre a ogni raggio di luce proveniente dal mondo "di fuori".

giovedì 2 ottobre 2014

Il prezzo del "low cost"

Viaggiare, Ulisse lo sapeva bene, è un'impresa, una vera e propria professione...Certo, l'eroe omerico doveva sottostare a divinità avverse, tempeste e venti contrari....in compenso però non si trascinava dietro la moglie Penelope, il figlio Telemaco né il cane Argo...non doveva preoccuparsi di chiudere casa a Itaca né di prenotare in anticipo stanze di hotel o di rinnovare il passaporto.
Il viaggiatore moderno deve arrabattarsi con i preparativi e le disavventure "pre" partenza e "durante" vacanza...e in più fare in conti con "Penelopi" che non hanno più nessuna intenzione di starsene a casa a sferruzzare con gli strumenti dell'arte "filanda", accontentandosi di una collana di lapislazzuli recata come souvenir dal consorte dopo 20 anni di viaggi, ma vogliono essere scarrozzate per il mondo con il loro seguito di bagagli, eventuali figli e animali domestici...
 
Non possiamo immaginare cosa (a parte l'ovvio telaio!) la cara Penelope avrebbe costretto Ulisse a caricare sulla sua nave, ma volendo guardare a qualche esempio più recente di viaggiatrice femminile possiamo citare un elenco di regine, imperatrici o "umili" principesse, che si spostavano dalla loro reggia portandosi appresso
appresso mezza corte (in termini di vestiario, servitù e mobilio).
Concediamo allora ai nostri "eroi" moderni il merito di essersi rassegnati a farci da Ciceroni internazionali, ma a noi damigelle il fatto di essere diventate molto più parche in fattodressing; invece di bauli di abiti e gioielli, carrozze di dame di compagnia, paggi e ancelle...noi ci siamo adattate a cacciar quattro stracci in uno zainetto che, purtroppo per noi, non ha la capienza della borsa di Mary Poppins...
Tutta colpa delle regole sempre più restrittive imposte dalle compagnie aeree: niente liquidi nè oggetti metallici o acuminati; dunque nulla di tutti i nostri accessori e cosmetici...pinzette, lime, rasoi, creme, trucchi...tutto ciò che ci servirebbe per mantenere la nostra quotidiana (domestica) fisionomia e non trasformarci in mutanti alieni... Sì perché un paio di settimane in trasferta senza tutti i nostri segreti miracolosi sono capaci di rendere la nostra capigliatura un ciuffo di pannocchia, un  vello di capra ispida e irsuta, i nostri talloni zoccoli di Hobbit, le nostre sopracciglia setole di cinghiale! Siamo fortunate se non ci crescono i baffi...
 E tutto questo perché? Perché basta un semplice click sulla casella tentatrice "bagaglio", durante la prenotazione on line, per trasformare il prezzo di un biglietto aereo in classe economica, in quello di un posto business class- lusso! Dunque un viaggio risparmioso, con solo bagaglio a mano (che è poi uno zaino super pesante, stipato fino all'inverosimile, nella fiduciosa speranza di non doverlo MAI aprire prima di essere giunte a destinazione!) può trasformare una piacente pulzella in un'orco...e la metamorfosi comincia già in aereo, con le gambe che, dopo 5 (6? 7? 13?) ore di volo assumono le dimensioni di polpacci di dinosauro...
Ci consola soltanto il fatto che anche il turista uomo viene maltrattato: ci fa un'immensa tenerezza vedere interminabili file di distinti signori al check-in, radiografati al metal detector, che si reggono i calzoni coi denti per non restare in braghe, perché hanno dovuto depositare la cintura negli appositi cestini....e intanto vengono palpeggiati dalla guardia giurata che cerca un bazooka nascosto sotto una loro ascella, mentre cercano di spiegare in inglese singhiozzante che hanno semplicemente un pace maker nel cuore (e sarebbero disposti a scorrere sotto i roengten insieme al loro zaino per dimostrarlo!)!
Intanto noi donne dobbiamo assistere alla vera e propria "violenza" del nostro bagaglio, "sventrato" come un pesce morto sotto i nostri occhi impotenti, dalla guardia compiaciuta alla ricerca del mascara che abbiamo dimenticato di esiliare dal beauty case, per confinarlo nel sacchetto trasparente insieme agli altri liquidi...(così scopriamo che anche il mascara è considerato "liquido"...e intanto 30€ finiscono nell'immondizia aeroportuale"!).
Superata questa iniziazione, veniamo relegati nel limbo dei "gate", luogo di purgatoriale attesa per l'imbarco, vero e proprio deserto aeroportuale privo di negozi, bar o qualsiasi piacevole distrazione fatta eccezione per un tristissimo duty free, paradiso di accaniti fumatori o aspiranti alcolisti...
Che abbiate pagato 10€ in più a tratta per l'optional "Speedy boarding" non fa alcuna differenza: ad ogni scalo tra un volo e l'altro vi ritrovate stipati insieme agli altri 12000 viaggiatori in attesa di una hostess dispensatrice di grazia e notizie.
Saliti sul velivolo ci di rende immediatamente conto che, nonostante non si possa vantare un'altezza da Vatusso, si sarà costretti a trascorrere l'intero volo con le ginocchia in bocca, tanto scarsa è la distanza tra una fila di sedili e l'altra... Nei casi di congiuntura particolarmente sfavorevole si scopre anche che il nostro vicino (il "signor 05L") è un energumeno di 150 kg, che inevitabilmente sconfina nel tuo "05M"', schiacciandoti come una ventosa sul povero "05N"...
Ma non c'è tempo per disperarsi: les jeux sont faits! Si decolla!
Immagino la frustrazione di hostess e stuart, costretti a ripetere inascoltati la stessa manfrine sulle misure di sicurezza e le uscite di emergenza...mentre i passeggeri, con alterigia scaramantica, fingono che l'eventualità di un disastro non li riguardi: qualcuno sonnecchia, qualcun altro ha già le cuffie sulle orecchie e smanetta con il telecomando del sedile cercando di accendere lo schermo sulla nuca del passeggero di fronte...qualcun altro sgranocchia come un coniglio le noccioline reperite nel sopra citato duty free...
Un viaggio in aereo è qualcosa di rassicurante; tutto avviene sempre con la stessa sequenza e segue una precisa retorica gestuale: il "Welcome on board" del capitano (pronunciato in 15 lingue diverse...in alcune delle quali ti sembra di cogliere l'annuncio stravagante che, durante il volo, verranno serviti "baguettes e lumache fresche"....), le dimostrazioni del funzionamento di cinture e maschere per ossigeno da parte delle hostess, il transito iterativo del carrello delle bibite, il ricorso alla toilet più compatta che mente umana possa concepire, il pianto ininterrotto di qualche neonato, l'applauso finale (tipicamente, vergognosamente, europeo!)...
Sappiamo dunque sempre cosa ci aspetta...sappiamo che tutto si ripeterà immutato al ritorno...dopo i nostri 15-20 giorni trascorsi scorrazzando per qualche isola esotica su un motorino a noleggio, un trabiccolo scalcagnato e cigolante, mezzo di trasporto più insicuro della Terra  (in questo frangente ringrazi a posteriori i tuoi genitori per non avertene regalato uno a suo tempo, salvandoti da prematuro trapasso), o percorrendo lande desolate con lo zaino in spalla e solo un pezzo di sapone di Marsiglia quale vessillo delle norme igieniche della società civilizzata... Dopo aver alloggiato in bettole terrificanti, mangiato pietanze al limite dell'identificabile, sopportato situazioni che richiedono lo spirito d'adattamento di un giapponese, unico esemplare a sangue caldo capace di adeguarsi ad ogni evenienza senza manifestare alcun disagio, di camminare con le ciabatte infradito sulla distesa di rocce vulcaniche acuminate dell'Etna o sulla scalinata di San Torini cosparsa di "fiori" di mulo, di mantenere la stessa imperturbabilità stoica sotto il sole rovente del Sahara o al gelo della Lapponia, di cibarsi di qualsiasi "entità" commestibile o presunta tale, a qualsiasi ora e di portarsi dietro praticamente qualunque accessorio  in formato mignon...
(dall'arriccia ciglia a pile allo scaccia-zanzare laser).
Al nostro rientro, durante il nostos del ritorno, Subiremo la consueta trafila di controlli e perquisizioni, attese e code... E avremo tutto il tempo per notare, con frustrante disappunto, che mentre noi esibiamo una tenuta al limite del casual, al confine tra la tuta da ginnastica e il pigiama, e assomigliamo grottescamente a uno spaventapasseri, c'é qualche viaggiatrice nostra coetanea che sembra fuggita dalla pagina patinata di una rivista di moda, e attende l'imbarco elegantemente assisa sui suoi 12 cm di tacco, tronfia come una cicogna...
(Personalmente non ho ancora capito a quale demone devo vendere l'anima per riuscire ad assomigliare a una ninfa anche dopo aver scalato e ridisceso il Machu Picchu, essermi lavata i capelli col sapone per i piatti ed essermi regolata le sopracciglia con il tagliaunghie per due settimane... Perciò mi rassegno alle condizioni pietose in cui mi ritrovo, arruffata come una gatta randagia, col rischio, ogni volta che mi accovaccio sul mio povero bagaglio in attesa dell'imbarco, che qualche passante magnanimo diretto in business class mi getti una monetina di elemosina....).
Nulla paga la soddisfazione di atterrare recando, viva, la baby Palma tenuta tra le ginocchia per tutte le 15 ore di viaggio celeste, nonostante le proteste del consorte che non comprende questa importazione trionfale...
Insomma, viaggiare per noi donne e per gli avventurieri che ci portano con sé, é una fatica: siamo capricciose, esigenti, permalose e magari un po' sofistiche, poco inclini all'adattamento a nuovi habitat. Ma a nostra discolpa possiamo però dire che una compagnia femminile in viaggio è sempre utile: ritrova tutto quello che, all'occasione, gli uomini perdono ed evita incidenti dovuti a entusiasmi di gioventù anacronistica, per esempio riportando a più miti consigli il marito di mezza età che ambisce a lanciarsi in qualche sport estremo!
Se Ulisse si fosse portato dietro la saggia Penelope, non avrebbe avuto bisogno di farsi legare come un salame all'albero della nave per resistere alle Sirene...perché non c'è niente di più efficace contro le tentazioni travianti o gli "smarrimenti" psichici e materiali, di  una moglie al seguito...anche se alla fine della vacanza assomiglia un po' all'incredibile Hulk e progetta di ricreare una foresta pluviale miniaturizzata sul balcone del salotto...

domenica 14 settembre 2014

Top ten delle tristezze di fine estate

Settembre.
Finito il "controesodo"  (espressione roboante prediletta dagli operatori di "Autostrade per l'Italia" per indicare null'altro che il ritorno, mesto e rassegnato, dei vacanzieri alle loro residenza feriali dopo l'esilio vacanzifero...), l'estate può dirsi ufficialmente conclusa!
Per chi, come me, è sopravvissuto a un agosto tutto urbano-casalingo e può compiacersi per i complimenti per la bella abbronzatura solo grazie al voto di fedeltà prestato al dio "make up" (dispensatore di miracoli a domicilio!), è venuto il momento di prendersi qualche rivincita, stilando la hit parade dei fenomeni più tristi che inevitabilmente e immancabilmente caratterizzano questo periodo dell'anno: vero e proprio "limbo" tra evasione spiritata da insolazione e ritorno alla routine quotidiana lavorativo-domestica-sociale-affettiva...

1. pedi-"trascure".
Il primo avviso che l'estate sta sfumando in un remoto ricordo si può cogliere sui piedi delle donne...o meglio sulle loro unghie dei piedi: se ancora fanno capolino da sandali e infradito, mostrano ormai i  segni di un'imperdonabile incuria. La pedicure è ormai sistematicamente disattesa e solo pochi frammenti di smalto resistono tenacemente, disegnando un triste, indecifrabile mosaico sui promontori digitali dei piedi femminili. Non c'è nulla di più deprimente di una decorazione trascurata, di un vezzo trasformato in difetto... E' come se decorassimo una torta spolverandola col sale perchè abbiamo finito lo zucchero a velo! Meglio lasciar perdere!


2. stress post-spiaggiatico.

Un altro cartellino rosso va a quella speciale categoria di donne (ormai geneticamente modificate al punto da non sapersi riconoscere un'identità indipendente dal ruolo di mogli-mamme-massaie) che, ancor prima di aver poggiato entrambi i piedi fuori dall'auto di ritorno dalla località di villeggiatura, cominciano a lamentarsi per le decine di lavatrici da caricare, le piante che sicuramente si saranno seccate per il sole (o, al contrario, saranno marcite per la troppa pioggia), i chili accumulati che dovranno smaltire prima di Natale, le scottature da curare, i preparativi da fare per il nuovo anno scolastico: libri da acquistare, vuoti negli astucci da riempire, punizioni da amministrare per i compiti non svolti durante le vacanze, ecc. Insomma: gli eventuali benefici dell'estate svaniscono in uno sbattere di portiera! Lasciandosi dietro uno strascico di capi stesi ad asciugare e cantilene di tabelline e filastrocche da imparare a memoria. Allegria!

3. narcisismo telefonico.
A pari merito si contendono un'ammonizione gli uomini che, discorrendo al cellulare in mezzo alla folla, non fanno che vantarsi con gli amici delle prodezze sportive e/o "dongiovannesche"con cui si sono contraddistinti nei super-esclusivi villaggi turistici in cui hanno trascorso le vacanze, popolati (a loro dire) unicamente da strafighe fameliche (...sì perchè di certo i suddetti play-boys non si esprimono con definizione infiocchettate come "donzelle piacenti e di nobili costumi") pronte a saltrgli addosso per strappargli anche l'abbronzatura! Un consiglio a questi soggetti: il vostro amico-interlocutore telefonico forse non vi vede da un quarto di secolo, e dunque non sa che, nascosti dietro al telefono, siete diventati panciuti come un fiasco, flaccidi come una zampogna, e magari anche calvi come una biglia...ma tutto il resto della popolazione che si trovi nelle vostre immediate vicinanze sì!!! Quindi, se già vi siete resi ridicoli tra palme e lettini reclinabili, risparmiatevi almeno l'umiliazione di essere derisi anche da quanti non è impossibile che rincontriate in palestra, dal barbiere, dietro uno sportello in banca o in un imbarazzantissimo scensore... a meno che non abitiate in una megalopoli con 25 milioni di abitanti come quella Hong Kong-Shenzhen-Macao-Zuhai...

4. La conta dei danni.
Non c'è esperienza più efficace di una vacanza per mettere alla prova le possibilità di sopravvivenza di un'amicizia, e questo (incredibile ma vero!) indipendentemente dal fatto che il viaggio sia condiviso. La convivenza forzata in una situazione "d'eccezione", in cui è necessaria una costante mediazione tra i desideri dei singoli per favorire lo svago del "gruppo", è la migliore occasione per far emergere difetti, incompatibilità,  discrasie di karma, che rendono pressocchè impensabile di protrarre il rapporto oltre la data del rientro.
Fino a qualche decennio fa un altro scoglio da superare a dimostrazione della solidità di una relazione interpersonale era l'eccesso delirante di entusiasmo documentaristico dell'amico che, di ritorno dai suoi peregrinaggi, ci sottoponeva a ore di proiezione di filmini e/o diapositive... una tortura, una minaccia, cui era possibile resistere solo in virtù di un profondo affetto e desiderio di non offendere il "regista-fotografo" autore del reportage...
 Ormai, grazie alle nuove tecnologie, siamo talmente "connessi", che non abbiamo neppure bisogno di frequentarci per starci sulle balle l'un l'altro: riusciamo a infastidirci a distanza. Ce ne stiamo tappati in città, destreggiandoci tra ménage cittadino e desiderio di fuga, mentre qualche amico-collega-conoscente già migrato all'"estero" (che sia Riccione o la Polinesia poco importa) si sente in dovere di informarci su ogni suo minimo spostamento, su ogni singola attività svolta o solo pensata come intenzione futura... ci inonda la casella di posta elettronica con ritratti di sè in tenuta da spiaggia, mentre sorregge, tronfio come Nettuno, un marlin (palesemente imbalsamato) da mezzo quintale; foto dell'albergo, della camera (da quattro angolature diverse), della vista dalla finestra, del ristorante e dei piatti che vi vengono serviti... E non sa che tu intanto, da dietro lo schermo del pc, lo stai odiando e maledicendo (perchè lui è in vacanza e tu al lavoro, lui sotto il sole, abbronzato come un prosciutto fumé e tu in ufficio bianco come una vongola malata...e per tutta una serie di ragioni inconsistenti, ma che il tedio dell'estate cittadina fa apparire legittime), così continua a "condividere" e a chiederti approvazione invitandoti a cliccare "Mi piace", e tu a negargliela...


5. rinvenimenti e dimenticanze.
Il ritorno a casa dopo un periodo lungo abbastanza da essere definito "vacanza" (in senso letterale!) ma non  tanto da diventare un trasferimento (sebbene la quantità di oggetti smobilitati possa trarre in inganno i vicini lasciando loro il dubbio se ci rivedranno o meno!), è sempre fonte di stupore e inaspettate sorprese! Innanzitutto, entrando, ci rendiamo immediatamente conto che la nostra legittima dimora non ha sentito affatto la nostra mancanza, nè sofferto per la nostra assenza: sottratta al costante, metodico controllo degli abitanti, si è inselvatichita, si è ripresa il suo spazio, mettendo in atto un'esistenza indipendente dai suoi inquilini (noi)... tant'è che per un po' continiuamo a sentirci "ospiti" (intrusi?)... come "di troppo". 
Il giardino (complici le piogge "monsoniche" dell'estate 2014) folleggia allo stato brado! con ortiche alte più della casetta del cane, che si contendono "frusto a frusto" il terreno con le verdure dell'orto, succhiando a tradimento le povere gocce dispensate dall'irrigatore automatico... ci ritroviamo a camminare in un cimitero di melanzane rachitiche, pomodori rinsecchiti, peperoni allo stato fetale... Una tristezza!
Il criceto, affidato alle cure della vicina novantenne (che ha riversato sul povero animaletto anni di peccati culinari con cui non ha potuto viziare a nipoti e discendenti) è diventato obeso e irreversibilmente carnivoro... Un lottatore di sumo in scala...con la coda.
Nel frigorifero spento, uno yogurt abbandonato per trascuratezza, ha ormai superato la fase metamorfica del formaggio, tramutandosi in una creatura semovente...dotata di libero arbitrio e di radioattività...
Aprire le valigie è poi un po' come scartare i pacchetti di Natale...non sai mai esattamente cosa ci troverai! nè, tantomeno cosa mancherà... Scopri di aver "scippato" involontariamente (?) il pareo alla vicina di ombrellone, di aver dimenticato metà delle lenzuola che avevi steso ad asciugare dopo l'ultima lavtrice (nella migliore ipotesi le ritroverai la prossima estate trasformate in fogli di papiro!) e che durante il viaggio il calore ha trasformato il beauty-case in una sorta di camera iperbarica: la bomboletta della lacca pulsa in modo allarmante, il tubetto del dentifricio è esploso e la trousse degli ombretti assomiglia a un dipinto di Picasso...





6. -70%...
Non illudetevi, oh voi vacanzieri che rientrate bel belli in città dopo settimane di impudico estraneamento spazio-temporale, di poter ancora beneficiare dello shopping estivo super-scontato; sebbene i saldi non siano ufficialmente ancora conclusi, ci abbiamo pensato noi esuli cittadini (nel senso di "esclusi" dalle partenze, relegati nell'atmosfera ovattata di città fantasma) a fare piazza pulita delle occasioni d'acquisto migliori! (qualche vantaggio per il fatto di essere rimasti fedeli alla città dovremo pur meritarcelo no???). Quello che vi abbiamo lasciato sono i fondi dei fondi di magazzino dei negozi: gli ultimi capi delle collezioni di 15 anni fa (quando andavano di moda i pantaloni cosiddetti "a zampa di cavallo" e le ecopellicce color lavanda), il cui range di taglie generalmente compie un salto diretto dalla XS alla XXXL... con un vuoto di circa 200 kg di vestibilità.

7. sky-pass?
Parlo per esprienza: ci sono uomini (ma anche donne, rare ma ci sono!) che non hanno ancora finito di spolverarsi la sabbia dalle dita dei piedi che già pensano a incastrarli in un paio di scarponi...e aa attrezzarsi per l'"imminente" stagione sciistica... Camaleontismo sportivo? Dipendenza da endorfine provocata dal troppo ping pong da spiaggia??? Quando la sindrome del'iperattività ginnica pluristagionale colpisce entrambi i membri della coppia, non ci sono generalmente problemi: le passeggiate sulla battigia diventano marce, i bagni si trasformano in staffette e stendere la crema solare  offre occasione di stretching; fino a che il primo timido fiocco di neve non risveglia in entrambi lo spirito dello yeti...
Ma se ad essere colpito/a da fanatismo atletico è solo lui/lei, il rischio che la vacanza (marittima o montanara, estiva o invernale) si trasformi nel preludio del divorzio è quasi inevitabile... A chi non è capitato di assistere ad un tentato infilzamento con ombrellone o racchetta da sci, strangolamento con braccioli o soffocamento con paraorecchie di pelo???

8. fitness.
Non abbiamo ancora smesso di disperarci per la famigerata "prova costume": nel bikini, in qualche modo, siamo ruscite a entrarci, anche se non siamo del tutto sicure della promozione...(che ci rispediscano su qualche atollo del Pacifico per gli esami di riparazione a settembre???)... Eppure già veniamo sommersi dalla seconda ondata annuale di volantini promozionali che cercano di iniziarci al "culto" della palestra-spa, una sorta di santuario del benessere, dove possiamo essere stirate, scolpite, massaggiate, piallate, vaporizzate, drenate, depurate, rigenerate, trasformate... Tutto compreso in abbonamento "superscontato" della durata minima di 12 anni...molto più della sopravvivenza media di un matrimonio... Le città sono invase da signorine alte e toniche e sorridenti, che cercano di far proseliti da condurre al loro tempio (e i nomi sono tutti un programma: "Il paradiso del bicipite","Il manubrio volante", "Scolpisci te stesso"): gli opuscoli ce li sventolano sotto il naso, insieme alla loro perfezione apollinea, ce li ficcano a tradimento nella borsa o sotto i tergicristalli dell'auto...
Considerando che il picco di affollamento nei centri fitness e/o benessere si verifica in concomitanza con l'apertura "ufficiale" della stagione balneare (quando nuguli di clienti speranzosi si abbonano per due-tre settimane sperando di compiere un rapido miracolo), è ovvio che i manager del settore sono disposti a mettere in atto qualunque strategia di marketing per riacchiappare in autunno i frequentatori primaverili mordi e fuggi... Ora promettono anche miracoli a domicilio! Ecco l'ultimo: 

Espellete il grasso dal vostro corpo con SaunaFit Plus!
 
Come se alle donne mancassero quelle quattro nozioni di fisiologia sufficienti a farsi venire in mente che il grasso non si "scioglie" e non si "suda"! Ad andarsene in giro inguainate come insaccati (con le cosce che, per l'attrito del materiale sintetico, fanno scintille a ogni passo) si perdono solo liquidi, facoltà di movimento e dignità.





9. riscaldamento coatto.

A settembre, che ci siano 12 gradi o 35, "fanno" il collaudo dell'impianto di riscaldamento. Chi o che cosa ne sia responsabile è ignoto: ogni anno l'evento ci viene comunicato vigliaccamente, con un avviso sulla bacheca del condominio; le forze divine, fatine delle stufe o demoni dei caloriferi, che popolano i tubi dell'acqua calda non si mostrano a noi comuni mortali; possiamo solo averne una fede cieca e assistere di buon grado al rituale di riempimento-svuotamento dei termosifoni, e trascorrere l'inizio dell'autunno con la sensazione di vivere in un giardino-zen: si ode un costante gocciolìo d'acqua e ogni tanto si forma uno stagno a ridosso delle pareti...sostituendo il divano con una statua di Buddha otterremmo l'atmosfera perfetta! A impedirci di raggiungere il Nirvana solo lo scoppio estemporaneo di una valvola che si stacca come un missile dalla sua sede, col rischio di spiattellarci due vertebre all'altezza dei lombi. Ma non c'è da stupirsi o preoccuparsi: il collaudo serve proprio a questo! Eventuali malfunzionamenti è meglio rilevarli ora! Così avremo tutto l'inverno per fare riabilitazione e riacquistare la capacità di deambulare...nel teporino della nostra casa. I caloriferi staranno benissimo.


10. cambio di guardaroba.
Necesse est. Anche nelle migliori famiglie bisogna che succeda: gli indumenti leggeri vanno "su", i maglioncini e le sciarpe discendono dai piani alti dell'armadi: una rotazione biennale inevitabile. A meno che non siate tra i pochi privilegiati che possono sempre
sperare in una partenza estemporanea verso qualche meta tropicale, non c'è motivo di tenersi prendisole e bermuda tra i piedi per tutto l'inverno. E poi la riorganizzazione degli abiti è un modo per riprendere a pieno il contatto con la realtà "feriale", per ristabilire il controllo sulla vita ordinaria... E immancabilmente la consapevolezza arriva, magari sotto mentite spoglie, camuffata da alce, quando ci capita tra le mani il pluridecennale maglione, confezionatoci quando frequentavamo la seconda elementare da qualche perfida nonna o zia (in perfetta buonafede però), ormai pur sorda e rincoglionita, ma non immemore di quel suo prezioso dono (vero e proprio attentato alla nostra autostima) che si aspetta di vederci indossare con orgoglio ogni Natale. Sì, è lui. Esiste! Non è un incubo! E' sopravvissuto a un'altra primavera-estate di esilio, ad altri 364 giorni di inutilizzo. Neppure le tarme hanno osato avvicinarglisi. La renna in primo piano ci guarda con aria impertinente, ma forse in fondo ai bottoni dei suoi occhi cogliamo una scintilla di compassione. E il Natale si fa incredibilmente, spaventosamente vicino...