martedì 23 luglio 2013

Previsioni di spiaggia...

Non sono un "tipo da spiaggia", non lo sono mai stata e mai lo diventerò; ragioni psicofisiche imprescindibili me lo impediscono: innanzi tutto ho la pressione arteriosa di un mitile, quindi il caldo mi affloscia; se provo a pucciarmi in 2 cm d'acqua rischio l'annegamento al primo flutto la cui forza d'urto superi quello delle increspature concentriche generate la caduta di un sasso in uno stagno... (che umiliazione!)
In secondo luogo sono fornita di amor proprio sufficiente a rifiutare di omologarmi alla sfilata di corpi fucsia, distesi in processo di lenta rosolatura, che ricorda tristemente i festoni di anatre glassate esposti nelle vetrine della Chinatown londinese...

E poi odio il caos litoraneo: il cicaleccio si dispiega attraverso la rete degli ombrelloni, supportato nei contenuti dall'auctoritas di "Novella 2000", "Oggi", "La settimana enigmistica" e affini... mentre madri psicopatiche e urlanti inseguono figli fuggitivi armati di palette (e altre armi da spiaggia solo apparentemente innocue) nel tentativo di ficcargli in testa il cappellino, somministrargli (per via endovenosa se necessario) il succo di frutta, evitargli di accoppare qualche bagnante con una mitragliata di sassi o conchiglie o di infilare qualche granchio nel costume del nonno addormentato sulla sdraio...
Come si fa a dedicarsi al sacro rituale dell'otium con il cervello costantemente trapassato (da orecchio a orecchio, senza che nessuna sillaba sia schermata dalle falde del cappello di finta- paglia- omaggio Nivea, che nel frattempo ci si sta sciogliendo sulla testa) dai consigli scambiati tra le brave comari per la preparazione dei tortellini per il prossimo natale, o dai commenti maschili sulle ultime vicende della Coppa Uefa, o in generale dai pettegolezzi che, mica per niente si sono conquistati un epiteto proprio: "da spiaggia" per l'appunto ("Lo sai che lo scorso inverno Tizio ha cornificato Caia?!", "Ma no?!"; "E Sempronia aspetta il quarto pargolo e vista da dietro assomiglia sempre più a un cetaceo!"...diciamocelo, il tenore intellettualistico dei discorsi che si dispiegano tra un lettino solare e l'altro non si discosta molto da questo!).
Folla di neuroni inebetita dal sole...
A complicare ulteriormenrte la situazione c'è sempre qualche creatura zoomorfa gonfiabile in PVC, che sfugge al controllo e trasportata dalle brezze marine ti piomba addosso con tutta la sua animalesca imponenza gommosa, leggera ma graffiante di cuciture di nylon! Niente di meglio di queste fusa artificiali per la pelle già cotta dal sole e irritata dal sale!






Come se tutto questo bailamme non fosse abbastanza, alcune menti perverse arrivano a portarsi in spiaggia i loro amici pelosi a 4 zampe, vivi, di pezzatura più o meno estesa, li tengono al sole finchè non sublimano, per poi tentare di recuperarli a forma solida pucciandoli in acqua. E allora inizia il lento rituale di recupero di legnetti ripetutamente gettati in mare da padroni annoiati, finchè la povera bestia non esprime il suo disappunto con una solenne scrollata di "au di cane bagnato e mollusco" addosso al vicino di battigia...

Che si opti per la lido organizzato o per la spiaggia libera (ovvero per quel che ne resta durante l'alta stagione), gli scenari che si distendono lungo le coste mediterranee nell'afa agostana ricordano tanto le colonie di foche nel periodo dell'accoppiamento: un pigia-pigia di carne più o meno soda, la lotta per il predominio sul francobollo di sabbia faticosamente conquistato, che si combatte non a colpi di coda ma con barricate di borse, zaini, frigo portatili, trincee di libri, cumuli di indumenti, infradito, boccagli, braccioli...e guai ad alzarsi per andare a fare il bagno! Si organizzano turni di guardia, ronde di sentinelle... armate di olio solare (bollente).
Una guerra di logoramento, combattuta al centimetro. E il minimo sconfinamento territoriale può generare reazioni paragonabili  a quelle dell'invasione di Slesia e Pomerania da parte dei tedeschi! Con l'unica differenza data dalla presenza, sulla spiaggia organizzata, di un bagnino-arbitro che può intervenire a impedire omicidi a colpi di ombrellone e a ricondurre ogni "utente" nella propria celletta d'alveare! 
Rassegnatevi dunque, o bagnanti, a starvene incasellati come i numeri del sudoku in un'area non molto maggiore di quella delle parole crociate!

Tutto, nell'agosto marittimo italiano si calcola in forma centimetrica: la fenomenologia degli affitti immobiliari prevede una crescita esponenziale in proporzione ai centimetri quadri di sfumatura azzurra che si ha l'impressione di intravedere all'orizzonte dalla finestra del tinello, fra i tetti delle case di fronte ("Ma signora, si sporga un po' di più... se alza una gamba, trattiene il respiro, si tiene bene alla ringhiera, vede quasi mezzo golfo!!!!"... e con un po' più di azzardo, dall'alto dei cieli, si vede fino alla Costa Pacifica...).

Allo stesso modo l'estensione dei costumi da bagno è direttamente proporzionale all'età della carne esposta, si muove tra i poli del minimalismo da bikini (che consente un'abbronzatura tanto profonda che si rischia di lasciare sul lettino una stampa radiografica, ma a patto di non respirare troppo forte, altrimenti qualche brandello anatomico scappa fuori di sicuro!) alle "metrature" delle guaine-mute modello anni 60, che non concedono neppure il più piccolo tremolio budinesco... pena la tintarella di luna...ma per chi non ha pretese di  cottura anche tra le pieghe dell'ombelico e si accontenta di una rosolatura superficiale va bene così.

Dura la vita del vacanziere agostano! E allora?
Restano due alternative: rifugiarsi in montagna o riderci su... magari cercando salvezza in un po' di buona letteratura. Eccone un assaggio:



L'avventura di una bagnante  


Facendo il bagno alla spiaggia di ***, alla signora Isotta Barbarino capitò un increscioso contrattempo. Nuotava al largo, e quando, parendole tempo di tornare, si girò verso riva, s'accorse che un fatto senza rimedio era accaduto. Aveva perso il costume da bagno. [...]
Il costume a due pezzi l'aveva messo quella mattina per la prima volta, e sulla spiaggia,in mezzo a tanti sconosciuti, le sembrò la facesse stare un po' a disagio. Invece, appena in acqua, si sentì contenta, più libera nei movimenti e con più voglia di nuotare [...] anzi, la prima cosa che pensò nuotando fu proprio: "Mi sembra d'essere nuda". L'unica molestia era il pensiero di quella spiaggia affollata, non per altro ma perchè le sue future conoscenze balneari da quel costume si sarebbero forse fatta un'idea di lei che in qualche modo avrebbero dovuto poi cambiare: non era tanto il giudizio sulla sua serietà, ché ormai al mare andavano tutte così, ma il crederla, per esempio, sportiva, o molto alla moda, mentre lei in realtà era una signora davvero alla buona e casalinga. 
[...] Al largo di quella spiaggia, lei era nuda. 
Nessuno l'avrebbe sospettato, vedendo solo la sua testa sporgere dall'acqua, e un po' di braccia e il petto [...] e lei ad affannarsi, a cambiare modo e senso del nuoto, e si girava nell'acqua, s'osservava in ogni inclinazione e in ogni luce, si contorceva su se stessa; e sempre quell'offensivo nudo corpo le veniva dietro. Era una fuga dal suo corpo, che lei stava tentando, come da un'altra persona che lei, signora Isotta, non riusciva a salvare da un difficile frangente, e più non le restava che abbandonare alla sua sorte. Eppure questo corpo così ricco e innascondibile era ben stato una sua gloria, un suo motivo di compiacimento; solo una contraddittoria catena di circostanze in apparenza sensate poteva farne ora una ragione di vergogna. Oppure no, forse sempre la sua vita consisteva solo in quella della signora vestita che lei era anche stata in ciascuno dei suoi giorni, e la sua nudità le apparteneva così poco, era un inconsulto stato della natura che si rivelava di tempo in tempo destando meraviglia negli essere umani e in lei per prima. Ora la signora Isotta ricordava che anche sola o in confidenza col marito aveva sempre accompagnato il suo esser nuda con un'aria di complicità, d'ironia tra impacciata e gattesca, come se temporaneamente indossasse dei camuffamenti gioiosi ma sproporzionati, per una specie di segreto carnevale tra sposi.  
[...] non capiva perchè questa nudità che tutti portano con sé da sempre, bandisse ora lei sola, come fosse la sola a essere nuda, l'unica creatura che potesse restare nuda sotto il cielo [...] le toccava d'espiare solo questa nostra un po' goffa tenerezza di forme [...] quella nudità che le era a un tratto come cresciuta addosso, lei l'aveva sempre accettata non come una sua colpa ma come la sua innocenza ansiosa, come la fraternità segreta con gli altri, come carne e radice del suo essere al mondo; e loro invece, gli scaltri dei sandolini e le impavide degli ombrelloni, che non l'accettavano, che l'insinuavano come un reato, come un capo d'accusa, solo loro erano i colpevoli.
[...]


(in Gli amori difficili, Italo Calvino)








sabato 20 luglio 2013

"La cerimonia del mattino"


Le parole racchiudono mondi e immortalano momenti. I suoni, il flessuoso inseguirsi delle curve d'inchiostro sulla carta, lo stupore infantile di fronte al concretizzarsi della prima parola tracciata dalla maestra sulla lavagna... Le parole sono "sostanze" che danno corpo a pensieri, disegnano "spazi" e ambienti, si pongono quali perenne testimonianza di vissuti ed emozioni.
Si possono amare le parole in tanti modi e per tante ragioni; i letterati le "usano", le "venerano", vi giocano, le rispettano o le sfruttano, storpiandole e piegandole al loro volere; gli "utenti" passivi ne colgono la natura strumentale, l'"utilità" pratica, quelli più raffinati ne colgono le implicazioni artistiche, ne riconoscono l'"anima".
Non è necessario che le parole siano "belle" perchè siano amate; i significati che evocano possono essere del tutto indipendenti dal loro suono o dal contesto di impiego, legandosi talvolta a ragioni profonde e inconsce...

Ho imparato a leggere e scrivere a 5 anni... e da allora mi sono ubriacata di parole fino a sviluppare una vera e propria dipendenza, dalla quale credo ormai di essere (fortunatamente) irrecuperabile!!! Credo che se cascassi e mi rompessi la zucca, si vedrebbero miliardi di parolette che scappano da tutte le parti, alcune sciolte, altre tenendosi per mano... come le tartarughine neonate che corrono sul bagnasciuga dopo aver rotto il loro guscio!
 
Tra queste parole che mi affollano il cranio, ce ne sono alcune di cui sono inspiegabilmente innamorata; una di queste è colazione: ci sento dentro il crepitare del caffè nella mocha, anacronistica e ormai obsoleta che nella mia, come in metà delle cucine del mondo, è stata sostituita da una moderna e pratica macchinetta automatica (bellina, per carità, ma la vecchia caffettiera che borbotta sul fornello e se te la dimentichi sputa fuori metà del suo contenuto aveva tutt'altro fascino!); vi è poi (in tutte quelle zzz, che sono una sola ma sembrano tante al mio orecchio) l'asprigno frizzantino come l'aria mattutina del succo d'arancia (che per altro non bevo, ma di cui mi piace la fresca immaginaria presenza in un ipotetico bicchiere); ci sento il caldo profumo del pane appena sfornato, che esce dalle bottegucce agli angoli delle strade (non vivo nel paese di Hansel e Gretel; gli artisti del pane grazie al cielo sopravvivono anche nelle grandi città!) e risale lungo le pareti degli edifici per infilarsi nelle fessure delle finestre bisbiglianti sul mattino.
In questo lessema (o forse solo nella mia mente favoleggiante) ci sono poi la consistenza traballante delle confetture di frutta, che scivola su un velo opalescente di burro, il tintinnìo delle tazze di porcellana, i gesti ripetuti ogno giorno e ogni giorno diversi, il primo "Buon giono" domestico, il primo toccarsi nei movimenti minimi del passarsi il vasetto del miele o il bricchetto del latte...

Colazione (con la maiuscola che non dipende solo dalla pausa interpuntoria) per me è il primo rito celebrativo del giorno, il primo omaggio alla sicurezza di una quotidianità "casalinga" ogni giorno rinnovata; cerimonia i cui strumenti sono gli oggetti consueti, le "buone cose" di sempre, ma a anche i loro sostituti esotici; il fascino della colazione in quanto inchino al nuovo giorno permane anche lontano dal "nido", anche di fronte a un'alba straniera, a un cielo capovolto, a un pane nato da grano altrui.

Ho fatto colazione nella luce d'oro del deserto, con pane cotto sotto la sabbia e tè alla menta, o nella selvatichezza africana, di fronte al fuoco e nel silenzio che segue l'acquietarsi della vita notturna e precede il risveglio di quella assolata del continente nero e delle sue creature.

Ho partecipato a questo magico rito prima dell'alba, nel buio stellato dei privilegiati insonni, o su balconi affacciati al vento salato e blu della Grecia, eterno e amato rifugio per l'anima bisognosa di pace...con yogurt compatto e candido, miele luccicante di sole e fichi dolci come gli attimi più intimi della notte conclusa...

Ma anche al bancone di bar affollati nel groviglio caotico e pieno di vita del traffico mattutino di Roma, con il suo sovrapporsi di saluti, tintinnìo di piattini e monete, intrecciarsi di cornetti e tazze traboccanti schiuma profumata, accalcarsi di lavoratori che si sfiorano in una danza propiziatoria del "buon lavoro" e anticipatoria delle rispettive imminenti incombenze...
Mi è capitato di dover fare colazione in enormi sale da pranzo deserte di hotel, prima delle partenze aeree super-mattiniere, quando nemmeno il personale alberghiero è stato disposto ad assistere al rituale del mio risveglio fisico, ma mi ha usato la gentilezza di predisporlo in anticipo la sera prima...


Mi sono stupita di fronte ad usanza gastronomiche tanto diverse da quelle europee, al cospetto di zuppe di pollo e noodles, polpette di pesce e altre stravaganze culinarie, servite e consumate a tutte le ore lungo le strade tailandesi, gremite di baracchini fumanti e tuc tuc sfreccianti in tutte le direzioni...


 
Ovunque ho vissuto le mie colazioni come momenti speciali; attimi fermati e goduti nel fluire ciclico e irripetibile dei giorni, delle vite degli altri e della mia; cogliendo ogni volta il privilegio dell'"essere" ancora dopo la pausa notturna della mia metà del mondo...
I primi sapori, colori e consistenze mattutini sono stati gli accordi degli strumenti delle mie giornate, gli ingredienti di sostegno alle occasioni importanti, le note su cui intonare intere esperienze racchiuse nello scrigno del "dì"...
Intrecciare le dita attorno a una tazza di te fumante, la "mia" tazza di te, spalmare di burro e marmellata una fetta di pane tostato come gesto d'amore per qualcun'altro o per me stessa, apparecchiare con cura un micro pic nic improvvisato sul balcone di casa per iniziare il giorno in modo speciale...

Sono attimi impagabili, racconti irripetibili eppure rinnovabili nell'antologia di una vita, proemi lucenti di splendide storie che si distendono da un'alba all'altra, in un'infinita collana di attese e certezze, progetti e tributi al passato, ricordi e consapevolezza delle novità pronte aschiudersi nell'arco di due rotazioni della "lancetta corta" nell'arena dell'orologio...
Dunque abbasso il brunch! Invenzione economica per pigri o frettolosi, indecisi o incapaci di fermarsi per un attimo ad assumere consapevolezza della propria rinnovata creazione alla vita e della vita; moda distruttrice del privilegio del risveglio sensoriale quotidiano, della calma e della sosta che segna la soglia tra veglia e vita, tra buio e luce, tra intimità del sonno e pubblica esibizione del proprio sè sociale... Momento per essere se stessi prima di apparire agli altri, per raccogliersi nella solitudine delle proprie abitudini, anticipando l'immergersi nella compagnia del mondo....

Tutto questo per dirmi e dire a tutti "Buon giorno!"

mercoledì 19 giugno 2013

La guerra, finalmente!

La guerra, finalmente!
Laurana Berra

I libri dello Zelig
2013, MobyDick, Faenza
€ 11,00 

Appena pubblicato, l'ultimo libro di Laurana Berra è una raccolta di brevi sguardi nella quale, con la cordialità di scrittura che caratterizza anche le sue precedenti opere, l'autrice presta la propria voce a personaggi diversi per età, sesso, condizione sociale, accomunati dall'esperienza della guerra e del fascismo, protagonisti in vario modo del "buio" delle "nere notti di un'adolescenza senza luce, chiusa nelle tenebre come in un sudario funebre". 
Con grande sensibilità la scrittrice restituisce alla pagina le "giovani voci galleggianti nell'oscurità in mille bolle di vita", voci strette da una sotterranea "fratellanza", e che tuttavia non hanno "nulla in comune tranne la guerra, qualche sogno, quel grande buio e una giovinezza di cui in quel momento non sanno che cosa farsene".
La guerra e il Regime sono guardati, nella loro "realtà circense", dalla dimensione sognante dell'infanzia nei primi racconti, e poi via via tragicamente compresi e fatti oggetto di drammatica consapevolezza in quelli successivi, con una progressione che riflette la diversa età e condizione dei personaggi; tutti in qualche modo posti di fronte a una prova d'iniziazione che li porta a una dolorosa e più o meno cosciente maturazione interiore.
L'esperienza dolorosa del contatto con il mondo adulto della guerra, della politica, del Potere, della morte, si insinua prepotentemente tra i motivi dell'amicizia, dell'adolescenza "con i suoi timori, le attese, gli struggimenti, i primi sospiri d'amore"; creando fratture indelebili nell'innocenza di un'infanzia che tuttavia riesce a mantenere la propria gioiosa inconsapevolezza, a "crearsi un solido fortino in cui trovare rifugio", fino all'ingresso forzato in una dolorosa adultità, negli ultimi racconti.
Ogni sentimento e pensiero viene reso in modo onesto e coerente dalla scrittrice, che si fa da parte per lasciare spazio al punto di vista dei suoi personaggi, forse ritrovando proprio attraverso essi l'unità di quel "susseguirsi di flash" che è la vita, come è scritto nella premessa al libro. 
Le "voci" si alternano ai silenzi carichi di significato di una narratrice, che non dice mai più del necessario, non si sofferma sulle conseguenze brutali del vissuto di alcuni dei suoi protagonisti, ma sa concedere al suo racconto qualche nota umoristica a margine (come il riferimento alla "cioccolata autarchica", al "caffè...tutto cicoria" o ai dolci come "pallottole gialle con in cima uno sbuffo biancastro che voleva simulare la panna montata (ma forse era) dentifricio alla menta") e qualche frammento di vera poesia; così i "coriandoli di un verde carnevale" primaverile si capovolgono nell'immagine del "prato di verde smeraldo" dipinto attorno al foro di un proiettile, la luce del mattino "ricompone il mondo" nonostante il male di un'epoca in cui "non conoscevi la gente, non sapevi con chi avevi a che fare, le divise rendevano tutti uguali. Ogni parola poteva essere fraintesa, ogni gesto ritenuto una provocazione".
In questo "bailamme bellico" la vita si riprende i suoi spazi, riconquistandoli alla morte, alle "salvifiche bombe" dispensate "generosamente dagli alleati", resiste divisa tra un "prima" e un "dopo" (la perdita. la fuga, la lontanaza, la paura), tra una sponda e l'altra della Storia. Ogni frammento è una testimonianza dei gesti di umanità istintiva, degli slanci di generosità imprudente, del desiderio di contatto, grazie ai quali la giovinezza resiste alla guerra e la scrittura si fa davvero "ancora di salvezza" per se stessi e per tutti, strumento per riallacciare i frammenti dei propri ricordi e cercare il senso della Storia, del mondo, della nostra cenere.

    

domenica 9 giugno 2013

La campanella silente...

Oggi la campanella tace, non si sgola riecheggiando per i corridoi dall'atmosfera un po' ospedaliera delle scuole. Sta zitta. E non solo perchè è domenica; protrarrà il suo afasico sciopero per almeno tre mesi. Perchè è finita la scuola, da ieri, e per i più fortunati già da due giorni.
Guardando fuori dalla finestra immagino il cielo invaso da tante piccole "Zzzzzz..." (invisibili) da fumetto... scappate dalle stanze di studenti che, pronti a mandare il cervello in standby per tutta l'estate, si godono il letargo nel limbo che separa la fine delle lezioni dalla consegna delle pagelle con relativi debiti-crediti-tasso di interesse?... (nella scuola di oggi non ci si capisce più niente e più che di voti sembra di studenti sembra di parlare di pacchetti azionari!).

Ma "è finita la scuola" oppure "la scuola è finita"?
Sottigliezza linguistica rivelatrice di un grande dilemma.

Se lo chiedono in tanti. 
Nell'ultimo saggio che mi è capitato di recensire (Norberto Bottani, "Requiem per la scuola (?)", Bologna, Il Mulino) l'interrogativo assume una sfumatura ironico-apocalittica: la scuola si è suicidata? E' defunta o agonizzante? Dobbiamo rassegnarci a staccarle la spina, piangere sulle spoglie della cara estinta e celebrarne le esequie? O c'è ancora speranza per un'iniezione miracolosa di vita e spazio per un suo intelligente restyling? E ancora: si può fare a meno della Scuola? Dipende...
Si può fare a meno della cultura? No.

Ma scuola-istruzione-cultura non sono termini legati da un rapporto logico-causale nè di implicazione reciproca. 
E su questo ci possiamo mettere mani e piedi sul fuoco; basta farsi un giretto esplorativo su facebook e dare una scorsa allo "stile letterario" impiegato dagli attuali giovani-studenti-(ex), per rendersi conto dei "frutti" prodotti dall'albero dell'istruzione attuale. Se poi si passa agli articoli di quotidiani e riviste (che si suppongono scritti da fior di laureati o giornalisti "coronati", quegli individui un po' spocchiosi, che si vantano del titolo di intellettuali, quando la loro competenza in fatto di "lettere" dovrebbe limitarsi a quelle magnetiche che si attaccano sul frigo per ricordarsi di comprare il prezzemolo!) viene voglia di piangere. Non c'è una virgola al suo posto nemmeno per spaglio, strafalcioni grammaticali a manciate e una sintassi penosa nella quale il cervello dello sventurato lettore annaspa, annega, si perde alla ricerca del filo di Arianna perduto. E la notizia evapora.

Alla luce di un anno di drammatiche ripetizioni, imposte a ciucci di diverso calibro, da genitori spinti ad un livello più o meno elevato di disperazione (alla prospettiva di una pagella piena di X come una schedina del Totocalcio!) posso dire che licet strapparsi i capelli!
Ho visto cose che non potreste nemmeno immaginare!!!
Temi insulsi e insignificanti, errori che rivelano un'ignoranza catastrofica (trampolini dai quali la logica precipita  lungo una scarpata oceanica chilometrica per inabissarsi in un buco nero, aspiratore di ogni possibilità di recupero), una capacità di ragionamento piena di falle ampie come il buco nell'ozono e un totale disinteresse per il mondo (sia quello della pagina scritta sia quello reale circostante). 

Un esempio: (Storia) parlando del pensiero e dell'orizzonte ideologico medievali, in cui la superstizione dominava imperante e l'interpretazione allegorica della realtà determinava una mancata distinzione tra dati reali ed elementi tratti dal mito e dalla leggenda e depositatisi nell'immaginario collettivo, siamo inciampati nell'affermazione: "Un grifone era reale quanto un leone". Al che ho avuto la malaugurata idea di chiedere "Hai capito cosa vuol dire?". Risposta: "Sì, che il grifone (definito dal pargolo come "Uccello notoriamente usato per la caccia"... la confusione col falcone è sottintesa) era molto costoso, come un leone, e quindi solo i re potevano permettersi di acquistarlo".
.... 
(ogni commento è superfluo!)

Ma quello che più mi stupisce e mi allarma è la "bestiaggine" e la totale mancanza di buon senso rivelata dai professori, esibita non solo nelle plateali, pittoriche, correzioni a tinte forti sui compiti in classe (pagine che finiscono con l'assomigliare a un campo di battaglia navale) ma nella totale imbecilità dei compiti assegnati!!! 
Domanda a cui rispondere per iscritto: "Perchè gli dei erano filosofi?".
Giuro che cinque anni di liceo classico e altri cinque di Lettere Moderne non sono bastati perchè sapessi rispondere (sarò vittima anch'io della mala-Scuola???). Ma che domanda è?????
Oppure: compito per le vacanze di Natale: tutta la parafrasi del Canto IX dell'Inferno. Ma a che scopo?
Già la "parafrasi" è di per sè un'operazione demenziale, il modo più efficace per scempiare la poesia; prescriverla solo per la ragione che non si sa cos'altro far fare agli studenti affinchè non si godano le vacanze è il massimo! Il modo migliore perchè al termine dell'istruzione obbligatoria facciano un bel falò di classici e si ritirino a trafficare oppio nel Triangolo d'Oro!

Ma non è tutto. 

A nessun sedicenne, nemmeno al più leopardiano amante dello studio masochistico si può imporre, nel corso dell'anno, l'analisi di CINQUANTA sonetti di Petrarca! Io stessa che l'ho aiutato a svolgerla, sono ormai perseguitata dall'immagine di Laura seduta sulle rive del Sorga, sotto la pioggia di petali... e vorrei annegarcela in quel ruscelletto! Lei e quell'altra Beatrice!  Piantala di fare la sostenuta e concedi sto saluto al povero Dante, così la finiamo!!!
Quante volte, per sopravvivere alle 2 ore di lettura monotona e singhiozzante di versi trecenteschi, per sopravvivere alla sofferenza, mi sono ritrovata a immaginarmi le due fanciulle mentre litigano ferocemente e si accapigliano strappandosi i boccoli d'oro!!! Modernizziamo l'immagine della donna angelicata!

Ci sono poi temi, che ora non si chiamano più temi, bensì (con una differenza che si è rivelata fondamentale per la solidità della cultura dello studente del terzo millennio) "argomentazioni". Che poi l'argomento sia del tutto in-argomentabile è un dettaglio che bisognerà affrontare di fronte al muto foglio bianco, inchiostrato solo dall'incipit Nome-Classe-Data.

"Descrivi il tuo piatto preferito". 
Contributo all'evoluzione della letteratura italiana zero, interesse per l'umanità -25!

Oppure:
"Parla di una boccetta di profumo". 

Panico.
"Una boccetta di profumo è un oggetto". 
Bene, ottimo inizio. Che altro? Cos'altro si potrà mai dire su un oggetto che non è neppure il profumo in sè (distillato affascinante sul quale sono stati scritti trattati e romanzi), ma proprio il contenitore! Bisogna ingegnarsi! E siccome io ho tanta fantasia (unico strumento di sopravvivenza alle avversità della vita e rimedio contro l'inacidimento del fegato), ecco a cosa sono approdata:

"Strano ma vero, è possibile affezionarsi anche a una boccetta di profumo"

Dopo aver esalato l'ultima spruzzata, è rimasta a lungo a guardarmi, nella sua vuota trasparenza, dalla mensola del bagno, dandomi il Buongiorno ogni mattina e scrutandomi con l'aria interrogativa (che ha assunto da quando ha smarrito il suo cappuccio) come a dire "Che ci faccio ancora qui?". Non sembra vergognarsi della sua semi-nudità; mantata solo di un'etichetta trasparente recante un antico nome di battesimo non più leggibile, che lascia vedere il suo scheletro di plastica e, al suo interno, ancora un residuo di linfa vitale che non è mai riuscito a risalire la sua flessuosa spina dorsale, restando sul fondo in perpetuo ricordo della sua distillata inutilità.
E adesso posso anche farmi assumere dalla Mulino Bianco per completare le storie scritte in epigrafe sui sacchetti dei biscotti, incipit privi di seguito, avventure inconcluse da anni, che ogni mattina mi fanno andare di traverso un Pandistelle o un CuordiMela, per il cruccio di non sapere come andrà a finire! Voglio anch'io le mie Favole moderne!









sabato 4 maggio 2013

Nella Rete

(2 al 15 maggio, Teatro Verdi, Milano)


MiniaturaNella rete- Teatro del Buratto- novità 2013

In scena al Teatro Verdi il secondo capitolo della trilogia dedicata ai giovani della nostra epoca e alle nuove problematiche che si intrecciano al loro vivere quotidiano. Parte del progetto "Giovani e nuove dipendenze", apertosi con lo spettacolo "Binge Drinking" (incentrato sul rapporto tra adolescenti e alcol), "Nella Rete" (testo e regia di Renata Coluccini) affronta ora il tema attualissimo dell'uso e abuso della Rete, allo scopo di sensibilizzare  adolescenti e preadolescenti (anche attraverso uno spazio riservato al dibattito) sui rischi dei moderni sistemi di comunicazione e sulla consapevolezza e la responsabilità con cui bisogna muoversi sul confine tra on e off line.

Tre giovanissimi e capaci attori (Elisa Canfora, Stefano Panzeri e Ylenia Santo) portano sulla scena le loro vite, la realtà che condividono in modo parallelo ma inconsapevole, chiusi ciascuno nella propria dimensione, al confine tra verità e virtualità, lungo strade, fili, connessioni destinati solo occasionalmente a intrecciarsi.
L'esperienza quotidiana del liceo, fatta di amori, delusioni, sogni, frustrazioni diventa oggetto di categoriche esclusioni: basta dire "Non mi piace" (secondo il linguaggio tipico dei social network) per astrarsi dalla dimensione reale, per escludersi, cancellarsi dal mondo vero, rifugiandosi dietro lo schermo del computer o del telefonino, dietro la moderna maschera degli avatar: alter ego, identità virtuali fatti di nascondimenti e trasparenze, tessuti nella Rete ed esistenti solo perchè invischiati in un infinito moltiplicarsi di amici, amici di amici, amici di amici di amici..., condivisione...condivisione...condivisione ("Ma con chi?").

E' quanto fanno Giulio ed Elena, che trasformano il loro senso di esclusione, il loro trovarsi in un mondo del quale ancora non sanno se vogliono o possono fare parte, in un rifugio, in una scelta: la scelta di "non essere", non esistere se non come bugie, nick name, post, click, in un mondo di viaggi illusori, conoscenze opache, amicizie artificiali,
"dove non c'è nessuno che sia nessuno, dove tutti hanno un nome, tutti sanno tutto di tutti, dove nessuno può insultarti davvero"..."un posto dove non puoi cadere" e "dal quale puoi sempre sparire".
Nel suo mondo di facebook, network, chat, twitter, in cui trasformarsi da "anonimi" a "noti" basta una foto, Giulio diviene un'incarnazione stravolta del mitico Ulisse, che tenta di salvarsi rinunciando alla propria identità, trasformandosi in Nessuno:
"Io mi chiamo Giulio, tutto quello che vedi di me è falso, ma io sono vero"
e infine sprofondando, perdendo l'equilibrio come un funambolo sul filo e smarrendo la via del ritorno.
"Io sono una bugia".
Elena, celata dietro l'anonimato del suo blog, rivitalizza il mito di Aracne: osservatrice, critica della vita, ricama intrecci, ragnatele, arazzi che raccontano storie, fili che formano strade di seta percorse da altri e nulla per lei è più vero della sua tela. 
Nella sua foresta, una foresta (la Rete) nella quale tutto diviene traslucido, promettente, opaco, finto, perfetto, ella conosce tutti i sentieri, si sente cacciatrice, non Cappuccetto Rosso, e i lupi in agguato non le fanno paura.
Scrivere per lei è vedere, inventare, raccontare, trasfigurare, dare vita a tutti coloro che sembrano non esistere se non sul video; è come comporre un cabaret di paste, offrire a ciascuno l'identità che vuole, dare forma alla realtà più confacente ai sogni, ai desideri, alle ambizioni di ciascuno e renderla disponibile universalmente. 
Che sia finta poco importa. La responsabilità di non perdere l'equilibrio, è tutta a carico di chi vive nella rete, perchè chi la tesse rimane irriconoscibile, trincerato nella sua popolarità anonima.

Francesca infine, è una ragazza normale, che trova sicurezza nel suo voler essere come gli altri e pensarla come gli altri, anche se la normalità non si vede, ma si vive.
Ella è l'unica, che sa ancora "guardarsi allo specchio", che "si trucca" (quindi in qualche modo si maschera) ma per sentirsi bene nella vita reale, fatta di insicurezze, aspettative, emozioni, amori, che non hanno bisogno di post e manifesti in bacheca. 
A rendere non-banale la sua normalità è il fatto che essa è vera.
Tuttavia sarà proprio Francesca a restare vittima dell'insidiosità della Rete, farfalla catturata dal ragno nella sua tela. E per farlo basta una foto.
Paradossalmente, nel mondo effimero del digitale, dei pixel, dell'evanescenza dei dati, una foto diviene un marchio di vergogna che appare indelebile. E sotto il peso di questa vergogna, come Giulio, Francesca si sente annegare. Entrambi cercano di "uscire" dalla rete della Rete, di uccidere i loro avatar, i loro io che non sono, ma sprofondano.
"Io sono una bugia che diventa realtà"... "Io sarò per sempre quella foto"
Intanto Elena tace.
Il finale rimane volutamente aperto, suggerisce la possibilità di un riscatto, lascia spazio al dibattito e alla ricerca di una fuga dal labirinto di internet.
"C'era una volta un mondo in cui Cappuccetto Rosso veniva salvata dal cacciatore, Pelle d'Asino sposava il principe e Pollicino riusciva a ingannare l'Orco".
Ma questo mondo non è quello della Rete, dove i sogni, le fiabe, si trasfigurano in bugie.
La salvezza è fuori.

Anche se "la Rete non uccide, ma gli uomini sì".







lunedì 29 aprile 2013

Dirottiamo la cicogna...!

30 aprile.
Avete presente la primavera? La stagione della rinascita, del primo tepore, dell'erba tenera, e degli abitini dai tessuti impalpabili che popolano le vetrine? In un ridestato paesaggio bucolico, punteggiato dei primi timidi fiori, al suono flautato di Pan, gli animaletti sbadigliano trascinati a forza fuori letargo dall'istinto vitale (Milano ovviamente ne pullula!!!), tutto si rigenera e sprizza energia dopo la pausa invernale...


Ora, nessun milanese assennato pretende di svegliarsi la mattina del 21 marzo e ritrovarsi immerso nella mitica Arcadia,  e io personalmente ammetto che, avendo la pressione arteriosa di un mitile, il freddo mi consente di non assumere l'aspetto di una triglia lessa... Però oggi, guardando fuori dalla finestra, sorge spontanea una considerazione: se Vivaldi avesse potuto dare un'occhiatina alle previsioni meteo degli ultimi anni, invece che darsi tanto da fare con le "Quattro stagioni", se la sarebbe cavata con un'arietta veloce dal titolo "Tempo schifoso"... e poi si sarebbe dedicato a tutt'altro, magari all'installazione di piscine open air.



Tempo bigio bigio bigio; aggettivo tanto simpatico quanto inutilizzato (... un po' come il termine "mammalucco"; chi lo sente più? Mi è capitato giusto ieri di leggerlo nei sottotitoli di un film piuttosto datato, ma il caro vecchio "mammalucco" è una specie ormai estinta...). D'altronde non è che uno va dal pescivendolo, ordina un chilo di calamari e dice "No, non mi dia quelli, che sono tutti bigi! Meglio quelli più in là..."... rischia di trovarsi con una spigola in bocca!

Eppure è ufficialmente primavera, i ghiri saltellano impazziti (ma solo perchè tra un temporale e l'altro non capiscono più niente e sono rimasti senza ghiande), i colombi tubano, i gatti miagolano come se avessero mal di pancia e graffiano gli stipiti delle porte tentando audaci fughe amorose..., il cane cambia il pelo, il ficus perde le foglie... aumentano i suicidi (è triste ma è vero)... gli automobilisti  litigano e si insultano per strada.... contro la distrazione non c'è paraurti che tenga!
Tutto regolare. Come ogni anno.

I bambini saltellano come caprette felici...forse perchè già pensano che tra poco più di un mese finirà la tortura scolastica e loro saranno liberi di vagare allo stato brado per i campi estivi... sempre che tutti gli oratori d'Italia non vengano inondati dalle acque e lo Stivale non sprofondi come Atlantide in un oceano di pioggia!

Nel frattempo, nove adulti su dieci in questo periodo dell'anno si trascinano in giro come zoombie... e non ci sono Supradyn o Multicentrum (che peraltro potrebbe essere il nome di un partito politico!) che riescano a tirarli su. Si striscia, letteralmente.









E in tutto questo strisciare si insinua un pensiero: la primavera dovrebbe essere anche il periodo delle rinate passioni, delle coccole, del desiderio di contribuire alla rigenerazione dell'umana stirpe...
Nell'anti-camera-da-letto di ogni coppia...di fatto o dis-fatta (per tutti questi sconvolgimenti metereologici e ormonali di cui si diceva poc'anzi) si infiltra il barlume fugace dell'annosa questione: "Facciamo un bebè?". Nobile altruismo, generosità di vita, responsabilità morale verso la propria specie... Ma chi ne ha la forza???
Al mattino già svegliarsi è un'impresa titanica...e i pochi minuti che separano il suono della sveglia dal fischio del bollitore del tè non possono essere impiegati in maniera più produttiva che prolungando la lecita stretta adulterina di Morfeo... Alla sera non siamo neppure più consapevoli di avere un corpo e un peso specifico... come potremmo dedicarci ad altro che non sia il recupero delle facoltà psico-fisiche minime (quelle giusto necessarie per riuscire a infilarci il pigiama dalla parte giusta e
risprofondare nella pigrizia dell'abbraccio domestico)?

E poi si sa, il maltempo toglie energie e favorisce i pensieri tristi e i musi lunghi... diciamocelo: ci si manda a "fontainebleau" più di quanto non si facciano le fusa...

Dopo l'entusiasmo iniziale al pensiero del profumo di borotalco e di "nuovo", si affacciano riflessioni più o meno deprimenti.
A grandi linee i seguenti: per gli uomini "Dovrò cambiare auto..."; per i futuri nonni "Siamo decrepiti", per le ipotetiche prossime mamme "Diventerò una balena".
Si spalancano scenari da incubo in cui i bagagliai si allargano a dismisura e inghiottono inondazioni di passeggini, tettarelle, pannolini, pupazzetti che quando li pesti per sbaglio fanno squiiiit!!! facendoti trasecolare con un salto si mezzo metro!





E poi peggio ancora, si sprofonda nel baratro della prospettiva adolescenziale, quando i cari pupetti (quelli che ti guardavano con occhioni desiderosi di sicurezza, come se nel loro mondo non esistesse altro che i baci di mamma e le mani grandi di papà) cominciano a trattarti con la stessa considerazione che riserverebbero alla cassettina per la lettiera del gatto... Li generi, li nutri, li cresci, gli leggi le favole, gli allacci le scarpe tutti i giorni per i primi 3-4 anni di vita, e loro ti odiano per principio! Queste sono soddisfazioni!

I termini "Grazie", "Prego", "Per favore" vengono cancellati dal vocabolario...quello metaforico, perchè quello fisico giace impolverato a uso di ferma-porta... o, nei casi più fortunati, è stato elevato alla funzione di crepidoma della play station... Perchè si sa, l'italiano non è più di moda... A cosa servono le parole, con tutte quelle vocali, i problematici gl..., qu..., ch...quando ce la si può cavare con le x, y, k degli sms???

E non puoi mica accopparli nè restituirli prima che scada la garanzia! Devi tenerteli così come sono, prendere coscienza di aver generato dei mostri e cercare di limitare i danni dell'età cretinifera, raddrizzandoli con delicatezza... come si fa con le piantine di pomodoro (che mia nonna legava con le collant a ferri da maglia piantati nel terreno!)... per dargli la giusta "postura"...

D'altronde conducendo una breve ricerca on-line ho scoperto che il web straborda di siti e forum dagli eloquenti titoli "Prima o poi cresceranno", "Come sopravvivere ai figli adolescenti", "Adolescenza: famiglia in crisi"...

Da brava saputella classicista qual sono, colgo qui l'occasione per ricordare che "adolescente" deriva dal latino adolesco, verbo dal significato di "crescere, nutrirsi", che contiene nel suo paradigma uno speranzoso supino: adultum... tenue fiammella nel buio tumulto degli ormoni impazziti... ma per arrivarci bisogna arrancare attraverso le coniugazioni di tutti gli altri tempi verbali... sperando di sopravvivere!  

 

Dunque, primavera o no, l'idea del bebè la ricacciamo in letargo, in mezzo al talamo erigiamo il vallo di Adriano e ci affrettiamo ad assicurare le imposte... non sia mai che qualche cicogna inopportuna venga ad appollaiarcisi sui gerani!
Anzi, per stare più tranquilli, meglio tenersi un battipanni a portata di davanzale!













lunedì 22 aprile 2013

l'altra metà della mela


Sono stata (giustamente?) accusata (guarda caso proprio da una donna!) di parlare sempre di donne...e sempre in maniera "terribile" (nell'ambiguo duplice significato positivo-negativo che questo termine assume!)...

Per quanto "ci" ritenga un argomento interessante... ci sono anche loro! I nostri cari "maschietti"! E anche su di loro c'è molto da dire!
E perchè dunque trascurarli come vecchie pantofole chiuse in una scatola buttata sotto il letto, quando hanno un ruolo così centrale nelle nostre esistenze?!?? Fondamentali presenze o ingombranti assenze...




Nessuna ironia: non ci sono donne senza uomini.
Ci sono donne che scelgono di "essere libere", donne che sono "spaiate", donne che sono accoppiate ma si "sentono sole"; il tutto sempre rispetto a una controparte maschile la cui esistenza è fondamentale per definirci e caratterizzarci.
Se non avessimo esemplari con barba e testosterone con cui confrontarci saremmo un indistinguibile stormo di oche (o vacche nere nella notte, ma la prima similitudine è più simpatica e rende l'idea dello "starnazzìo" femminile).
Sì, perchè ammettiamolo: il rapporto che intratteniamo con l'altro sesso ci contraddistingue, ci forgia il carattere, definisce la nostra personalità.


Innanzi tutto siamo tutte figlie di "qualcuno"; o meglio: di "due qualcuno" uno dei quali è sempre un uomo. "Papà". Prima vittima dei nostri esperimenti di fascinazione femminile, cavia con cui affiniamo le innate armi di "seduzione di massa", degne della più sfrontata Pisana ("Le confessioni di un italiano", Nievo)... quando, ancora con i codini e la camminata malsicura da papera ubriaca, impariamo che, per vederci esaudito qualsiasi capriccio, basta uno sguardo con occhioni da Bambi (il cerbiatto di Walt Disney protagonista del cartone animato più triste della storia!). Allora "papino" si liquefa letteralmente, anzi "sublima", assumendo consistenza aeriforme...e sarebbe disposto a comprarci un pony e a piazzarlo in salotto, se non fosse minacciato di estromissione perpetua dal talamo nuziale da parte di mamma (di solito meno incline ad annegare nel brodo di giuggiole...)...

E poi ci si mette Freud, che parla di "uccisione del padre": atto simbolico con cui si riconosce l'autorità "paterna" e la si supera, per tuffarsi a pesce nel mondo adulto, elaborando proprie (in)sicurezze e un proprio (dis)ordine interiore.

Insomma: gli uomini ci vogliono!

Luciana Littizzetto (vero e proprio oracolo della tragi-comicità dei rapporti di coppia) li chiama simpaticamente "balenghi" (che -mi sono documentata- in piemontese vuol dire "deficienti", "dotati di scarsissima intelligenza"), li coglie nei momenti di più indecorosa intimità e li descrive abbigliati come "paggetti di re Artù", afferma che servano solo a "ballarci sui piedi mentre mescoliamo il sugo"... e che siano "espertissimi nelle piccole cose di pessimo gusto" (e qui riecheggia il poeta Gozzano). Citiamo la fonte:
"Per loro intimità significa non nasconderti neanche un dettaglio della loro propria vita corporea. Una funzione normale dell'essere umano è digerire. Però non c'è bisogno che lo sappia tutto il condominio. Ma loro non ce la fanno. Ruttano come lavandini disgorgati dall'idraulico liquido e poi ti sorridono sereni, con la faccia da Braccobaldo Bau, magari chiamandoti tesoro..." (Sola come un gambo di sedano, Mondadori, 1999)

Io voglio essere meno cattiva (anche se questa "cattiveria catartica" è l'unica possibilità di salvezza; altrimenti chi li sopporta?!?!)... Ma ammetto che talvolta, rispondendo a sondaggi telefonici in cui mi si chiedeva se possedessi un animale domestico, ho dovuto farmi violenza per non rispondere "Un animalone ce l'ho...ma non so se appartiene a una specie che possa interessare la vostra indagine e rientrare nella statistica..."

I nostri cavalieri-senza-cavallo fanno tanta tenerezza...costretti per tutta la vita a sottostare alle bisbetiche bizze delle donne che li circondano! Che abbiamo 6 anni o 60 cambia poco... Per le mamme resteranno per sempre "i loro bambini!!!!", mentre le fidanzate-mogli-(ex eventuali) li accuseranno fino alla fine dei loro giorni di essere irreparabilmente "infantili" e "mammoni"!
Li vogliamo virili come gladiatori ma anche sensibili e disposti ad accompagnarci al corso di pittura su ceramica; decisi ma non autoritari, presenti ma non invadenti, attenti ma non puntigliosi, fedeli ma non appiccicosi... Insomma un po' di confusione da parte loro è legittima!
Vogliamo portare noi i pantaloni, ok... ma pretendere che loro indossino i tacchi (e magari anche un'anacronistica giarrettiera) è un'esagerazione!
Per forza che poi loro ci temano come le Erinni!
"Una volta [...] parlando di donne con me, uso l'espressione amorosa comunità: era affettuoso, ma anche ironico, le donne, disse, sono ricattatrici che donano persino il cuore, sorrideva ma solo con la bocca, negli occhi aveva la prudenza guardinga, il timore, non tutto mascherato dal rispetto, di quella solidarietà femminile che ci fa sentire esclusi. [...] avevo una gran voglia di riposo, di abbassare la guardia in mezzo a uomini come me, lontano dalla confraternita femminile che sentivo implacabile e così giravo per club e per bar aggregandomi a maschi che bevessero con la mia stessa determinazione" (Gina Lagorio, Tosca dei gatti)
Ora, per non spingere il nostro partner all'alcolismo, e per vivere serenamente la nostra femminilità, abbiamo bisogno di un amico gay; un essere angelico, fatto apposta per compensare (sembra paradossale ma è vero!) le mancanze dei nostri maschi!
Sì, perchè in fondo quello che noi donne vogliamo davvero, non è il macho muscoloso che ci difenda a spada tratta se qualcuno ci passa avanti nella fila alla cassa... (per quello ce la caviamo benissimo da sole!...la specie si è evoluta dotandoci di feroci artigli, che noi nascondiamo sotto uno strato di lucido smalto...). 
Ciò che davvero desideriamo è qualcuno che ci noti se torniamo a casa dopo aver passato mezzo pomeriggio a farci pucciare nel fango, stirare la faccia, piallare le rughe, strappare le sopracciglia, tirare i capelli, ecc ecc. il tutto per un totale di 5 ore perse e 200 euro spese per poi sentirci dire: "Stai bene? Ti vedo un po' sbattuta!" Crack! La tegolata ci arriva diritto in mezzo tra placca frontale o occipitale...
In momenti come questo vorremmo avere sotto mano uno di quei simpatici, enormi martelli da cartone animato.... Ma l'amico gay può salvare noi, "lui" e il nostro rapporto di coppia.  

L'amico gay è quella persona deliziosa che ti ama per quella che sei, non ti vede nè come preda nè come rivale; ti ammira anche se gli apri la porta struccata, coi bigodini e con i mutandoni di Nonna- Papera... anche se gli confessi che la "prova della matita" ha dimostrato che i tuoi glutei potrebbero sostenere una graffettatrice industriale, un tavolo da architetto.... la Stele di Rosetta....!!!!!!!

Purtroppo gli amici gay hanno un difetto...sono gay appunto! Non li si può sposare...ci si può al massimo convivere finchè non ci mollano per uno strafigo che cammini sul loro stesso marciapiede (per intenderci...), e a noi tocca ripiegare su un esemplare di etero, augurandoci che sia il meno "balengo" possibile (o "fondo di magazzino", sempre per citare la stessa fonte ottimista).


Leonardo ha rappresentato la perfezione dell'uomo racchiudendolo in forme perfette: un quadrato e in un cerchio... 

Se non vogliamo accontentarci di condividere la vita con un Cubo di Rubik o con un criceto, un po' dobbiamo accontentarci...
Dunque non facciamo il diavolo a quattro (o il povero diavolo in quattro!) se si dimenticano di regalarci un mazzo di margherite spennacchiate il giorno dell'anniversario della prima telefonata che vi siete fatti!
Perdoniamoli se contemplano la carrozzeria della loro automobile come se fossero i fianchi di un'amante e soffrono nell'anima se sentono la voce del motore leggermente rauca mentre non si accorgono quando noi ci trasciniamo come Moci Vileda, in balìa dell'influenza con quella sensazione di cane umido addosso, un polpo spiattellato sulla testa perchè non abbiamo la forza di lavarci i capelli, e vorremmo solo sprofondare in un bozzolo di coperte... Non prendiamocela quando (smarriti di fronte alla luminosità siderea di un metro cubo di frigorifero) ci chiedono: "Dov'è il formaggio?"... Resistiamo alla tentazione di rispondere malamente: "Nella lavatrice"... La colpa in fondo è nostra che lo abbiamo spostato da accanto alla lattuga a vicino ai ravanelli! Eh!!!!


Concludo comunque con suggerimento terra terra per gli uomini... capace di rendere l'idea della complessità della psiche femminile come potrebbe fare un bigino di 15 pagine riassuntivo dell'Ulisse di Joyce, ma che in certe situazioni può salvare dal naufragio coniugale:


E con questo, almeno per un po', la felicità è garantita...


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